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Caso Open Arms, Salvini a Palermo: «Non ho messo a rischio la salute di nessuno»

Open Arms, Matteo Salvini, Palermo, Politica
Il leader della Lega Matteo Salvini

«Conto di poter dimostrare che ho semplicemente fatto quello che era mio diritto fare senza mettere a rischio la salute di nessuno: una nave spagnola che non vuole andare in altri Paesi non si capisce perché deve arrivare in Italia. Se tutte le navi del mondo decidono di andare a Lampedusa è un problema». Lo ha detto Matteo Salvini in collegamento a Telelombardia questa mattina prima di entrare nell’aula bunker dell’Ucciardone, a Palermo, per l’udienza del processo Open Arms. «Ho sentito il sindaco di Lampedusa - aggiunge - l’isola ha un tetto per i migranti di 300 e ne ha invece 1500, immaginate per il turismo. Ieri sono sbarcati più di 1000 clandestini».

Lo psicologo di Emergency: «Donne abusate e gravidanze frutto di violenze»

È drammatico invece il racconto di Alessandro Di Benedetto, psicologo di Emergency che il 13 agosto del 2019 salì a bordo della nave Open Arms per la prima assistenza psicologica ai profughi soccorsi dalla ong spagnola. «Molti migranti presentavano disturbi da stress post traumatico che si traducevano in sintomi fisici e psicologici. Avevano dolori, accessi di rabbia, atteggiamenti catatonici e di ottundimento. C’erano donne abusate, alcune incinte e si trattava di gravidanze frutto di violenze. Era una situazione border line, dove storie individuali dolorosissime venivano amplificate dalla situazione ambientale: c’erano promiscuità - le donne e gli uomini erano separati solo da un lenzuolo,- ambienti stretti, i profughi appartenevano a nazionalità diverse, c’erano anche dei libici. Si trattava di una situazione che rischiava di esplodere dove la stanchezza, lo stillicidio di giorni passati a terra sul ponte, i traumi subiti, le condizioni del mare erano micce. Da situazione altamente critica, negli ultimi giorni eravamo arrivati al punto di non ritorno. C’erano stati tentativi di suicidio, liti, non c’era più nulla da fare, la percezione era questa». Di Benedetto sta deponendo al processo per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio in corso a Palermo che vede imputato l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il leader della Lega, secondo l’accusa, impedì illegittimamente all’imbarcazione di far sbarcare i profughi a Lampedusa. Di Benedetto il 17 agosto firmò la relazione sullo stato psicologico dei minori a bordo che poi ne determinò l’approdo a terra. Quando chiesi l’evacuazione dei minori provai a spiegarlo a chi restava ma mi dissero: ‘abbiamo tutti gli stessi problemì. Insomma questa decisione non fu ben accolta», spiega.

La frase choc di un migrante: «Meglio morire che tornare in Libia»

«Alcuni migranti avevano ragioni per chiedere la protezione umanitaria perché avevano subito torture e persecuzioni. Altri avevano tentato il suicidio, mi hanno detto chiaramente «meglio morire che tornare in Libia», ha proseguito, raccontando di aver rivisto, poi, a sbarco avvenuto, uno dei profughi che aveva provato a suicidarsi. «Non parlava più ed era stato preso in carico dall’Asp. Solo con i farmaci e col supporto psicologico ha ripreso a parlare», ha detto. Il teste ha spiegato al tribunale che processa Salvini che molti migranti erano in uno stato di dissociazione «cosa che avviene - ha detto - quando c’è un trauma che supera la capacità di farsi carico di un evento così grande. A quel punto le persone vanno in amnesie, in mutismo, hanno posizioni catatoniche, soprattutto le donne abusate». «Alcuni mostravano colpa e vergogna, soprattutto i torturati e gli abusati che si sentivano responsabili di quanto gli era accaduto», ha raccontato. Il teste ha spiegato, inoltre, che non era possibile fare colloqui individuali a bordo e che sulla nave c’era una rabbia diffusa determinata dal senso di delusione per il divieto di sbarco. L’equipaggio a un certo punto da salvatore sarebbe stato percepito come persecutore. «Nessuno ci ha aggrediti, ma urlavano, facevano lo sciopero della fame. Non si spiegavano perchè non li facessero scendere a terra e quindi provavano ansia e rabbia», ha spiegato. «Quando arrivò l’indicazione del porto sicuro in Spagna eravamo già al punto di non ritorno. Avrebbero dovuto fare altri tre giorni di viaggio e non oso pensare cosa sarebbe successo se la nave fosse ripartita», ha concluso.

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