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L'INCHIESTA

Pescheria, agenzie di scommesse: ecco le aziende sequestrate alla mafia di Brancaccio

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blitz antimafia, Palermo, Cronaca
La polizia al lavoro nell'ambito dell'indagine che ha portato ai 31 arresti di venerdì. Nei riquadri: a sinistra Jimmy Celesia e a destra Maurizio Di Fede

Jimmy Celesia, Maurizio Di Fede e il pallino degli affari attraverso i prestanome. Sistema vecchio per tentare di evitare le misure patrimoniali ma che gli inquirenti (le richieste della Procura sono firmate dai sostituti Francesca Mazzocco e Bruno Bucoli) ritengono di avere disinnescato nell'ambito dell'inchiesta che martedì a Palermo ha portato all'arresto di 31 persone e ha inferto un duro colpo alle famiglie mafiose del mandamento di Brancaccio.

Nell’elenco dei beni finiti sotto sequestro, e riconducibili a Celesia, «soggetto organico della famiglia mafiosa di Brancaccio», figurano due imprese nel settore della commercializzazione di caffè e una rivendita di pesce. Sul conto di Di Fede, uomo d’onore della famiglia della Roccella, le imprese Ga.Me. Commerciale legate alle scommesse on line «intestate ai coniugi Girolamo Amato e Emanuela Moncada» in corso dei Mille 1125 e in via Messina Marine 633. Sigilli pure al capitale sociale, ai beni e ai locali della Fenix srl «formalmente intestata a Francesco Catalano» in via Oreto 337.

Per quanto riguarda Celesia, invece, il sequestro preventivo si è abbattuto in particolare sul capitale sociale, beni aziendali e locali dell’impresa denominata Tarantino Lorenzo con sede in via Conte Federico. E, ancora, la Caffè del Conte, sempre nella stessa strada, e la Caffè Ciaculli di via Ciaculli (entrambe le attività intestate ad Antonietta De Simone, moglie di Celesia).

L’investimento di Celesia nell’Angolo del Mare sarebbe arrivato dopo che, nel 2019, c’erano state le prove generali con un’attività ambulante in cui sarebbe stato coinvolto proprio il nipote, Lorenzo Tarantino, detto Mumù. Il negozio era stato aperto nel 2020 e Celesia «risultava dipendente della medesima ditta con la qualifica di operaio - sottolineano gli inquirenti -. Appariva chiaro sin dall'inizio che si trattava di un contratto di lavoro fittizio, poiché le mansioni effettivamente svolte da Celesia non sono di certo quelle di un semplice operaio, bensì lo stesso emana direttive e impartisce ordini per la conduzione dell'attività d'impresa». C’era già, in zona, un’altra rivendita di pesce ma Celesia non se ne preoccupava: «Sangue mio, questo di qua se vuole lavorare, lavora qua con me, altrimenti si sta qua con me, tanto la stessa casa è». E c’era chi gli faceva notare: «... ti stai prendendo tutta la piazza».

Per quanto riguarda le agenzie di scommesse che sarebbero riconducibili a Di Fede - detto Ciuffetto, figlio del defunto reggente della famiglia mafiosa della Roccella, Lorenzo Di Fede -, il boss avrebbe scelto il nipote acquisito (Girolamo Amato). «Sfruttando il legame di parentela - secondo i giudici - è riuscito a create una realtà economica, per così dire parallela, che attraverso il reimpiego del denaro provento dalle attività delittuose, gli consente di avere un considerevole introito economico che fornisce linfa vitale all'associazione Cosa nostra».

E quando i conti non tornavano il vero padrone, Di Fede, avrebbe alzato la voce con i dipendenti: «Eh non lo so, io lo vorrei capire, prima che li prendo e li butto fuori a 'ste cose». Il 10 aprile 2019 è ancora Ciuffetto a tradirsi: «No, abbiamo lavorato... 5 mila euro al giorno... 4 mila euro al giorno abbiamo fatto». E le agenzie le controllava anche da remoto col cellulare collegato alle reti della videosorveglianza interna. Rassicurando così una dipendente che rimaneva in turno fino a tardi: «La guardo io dalle telecamere...».

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