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Social e violenza, le aggressioni di Palermo: disumanizzazione della vittima

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Social e violenza. Un binomio che torna alla mente dopo l'operazione della polizia che ha scoperto una banda di giovanissimi che terrorizzava la movida del centro di Palermo.

Da molti anni ormai ci siamo abituati, quasi assuefatti, alle notizie che girano sulle violenze presenti sui social. Le più comuni sono sicuramente le offese sotto ai post, alcune spesso molto pesanti, che spaziano dal body shaming al razzismo e, purtroppo, tanto altro. Ma c’è di più.

Già, perché online e attraverso i social network è possibile condividere praticamente qualsiasi tipo di contenuto e sono soprattutto gli adolescenti a fare uso di questa modalità di comunicazione attraverso l’esibizione del proprio corpo o di attività quotidiane. A volte, però, la rete viene usata anche per divulgare registrazioni di contenuti di violenza (psicologica o fisica), noncuranti delle possibili ripercussioni a livello legale e dei danni recati alla vittima.

Come avvenuto nel caso di Palermo dove il gruppetto di 11 ragazzi (6 maggiorenni e 5 minorenni), molto attivi sui social con il nome «Arab Zone 90133», postava video su Instagram, Tiktok e YouTube, attraverso il quale affermavano il loro controllo sul territorio, ovvero il centro storico della città, peraltro teatro dei loro eventi delittuosi.

Un altro caso si è verificato a Barletta: alcune ragazze (di circa 15 anni) ha girato e pubblicato un video di un’aggressione perpetrata da una loro amica nei confronti di un’altra ragazza, tredicenne, presa a schiaffi e ricoperta di ingiurie piuttosto pesanti.

I giovani adulti e adolescenti non si limitano a manifestare le loro condotte aggressive o violente ma mostrano e diffondono tali comportamenti come fossero trofei.

Molto spesso, secondo gli esperti, il meccanismo che scatta e che viene sfruttato può essere quello della diffusione della responsabilità. Questo consente di distribuire fra i diversi soggetti la responsabilità derivante dalla condotta violenta e sdogana il comportamento talvolta crudele.

C’è però un secondo elemento individuato da molti esperti: la disumanizzazione della vittima. Chi, infatti, riceve la violenza viene rappresentato con caratteristiche quasi spregevoli, in modo tale che le azioni inflitte non facciano sorgere emozioni quasi di empatia con la vittima.

Per queste e varie altre ragioni i social sono stati messi sotto i riflettori e le autorità hanno più volte attaccato l’assenza di restrizioni e controllo di queste piattaforme: la goccia che, però, ha fatto traboccare il vaso risale a circa a un anno fa, quando una bambina di 10 anni è morta soffocata a causa della Blackout challenge, una sfida che girava su Tiktok. Una prova estrema che consisteva nel legarsi al collo una corda o una sciarpa o una cintura - come nel caso di Antonella - per provare la propria resistenza.

Per il neuropsichiatra Stefano Vicari, responsabile del dipartimento del Bambin Gesù di Roma, la colpa non è da attribuire fino in fondo ai social, ma all’utilizzo del cellulare, e contestualmente di queste piattaforme, degli under 12.

Se da una parte c’è un’effettiva responsabilità genitoriale, bisogna però sottolineare che, per legge, è vietata l’iscrizione alle piattaforme social sotto i 13 anni.

Per questo motivo dalla fine del 2019 è necessario inserire la data di nascita al momento della creazione di nuovo account, sia esso Facebook, Instagram o Tiktok. L’obiettivo è offrire un servizio più sicuro per i minorenni, sfruttando le funzionalità introdotte nel corso degli ultimi mesi. Per la verifica dell’età verrà utilizzata l’intelligenza artificiale.

Infatti, anche se l’iscrizione a Facebook e Instagram è vietata ai minori di 13 anni, molti giovani utenti riescono a creare un account senza problemi, indicando quindi un’età falsa. L’azienda di Menlo Park, dunque, ha annunciato alcune soluzioni che permettono di scoprire l’età reale ed eventualmente rimuovere l’account.

Anche Tiktok ha sfruttato questa nuova tecnologia e, nell’ultimo anno si sono visti i risultati: infatti, sono stati eliminati più di 550 mila account italiani di bambini sotto i 13 anni.

Ma c’è di più: Instagram ha introdotto diverse novità per proteggere gli utenti più giovani. Da marzo, infatti, gli adulti che non sono tra i follower di un profilo non possono inviare messaggi ai minori di 18 anni. Inoltre, gli account degli utenti minorenni sono impostati come privati e gli inserzionisti non possono creare profili di ragazzi sotto i 18 anni considerando le informazioni su interessi e attività e i messaggi pubblicitari sono veicolati in base all’età in modo da evitare che determinate pubblicità possano raggiungere o influenzare i ragazzi sotto i 18 anni.

Gli utenti che non hanno ancora inserito la data di nascita (quindi per quelli iscritti prima del 2019) vedranno all’apertura dell’app un avviso che li invita ad aggiungere questo dato. La notifica verrà mostrata un certo numero di volte e può essere trascurata per un determinato periodo di tempo, oltre il quale sarà poi obbligatorio inserire la data di nascita per usare l’app.

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