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L'INTERVISTA

Roberto Lipari: «Ai ragazzi il Covid ha rubato un pezzo di vita, chi era aggressivo ora lo è di più»

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L'attore palermitano parla dell'inchiesta che ha squarciato il velo sul mondo post-adolescenziale in città: «Viviamo di infodemia, troppe informazioni, conti soltanto se fai numeri sui social, ma non puoi esimerti dal frequentarli, finiresti fuori dal gruppo»
Palermo, Analisi e commenti
L'attore Roberto Lipari

Gli adolescenti non sono un’entità astratta, non parliamo di loro come se non esistessero: e non sono stati loro a scendere in piazza quando i contagi aumentavano, tra virus, novax, reddito di cittadinanza e smartworking. Gli adolescenti sono rimasti a casa, hanno perso il contatto con i coetanei e hanno giudicato le paturnie dei grandi che, invece di dare un esempio concreto, disquisivano come virologi accreditati. Non si vuole cercare una giustificazione ad aggressioni, agguati nei luoghi della movida, resistenza alla polizia, furti di gruppo, ma è anche giusto non renderli una massa informe, alla ricerca dell’iPhone ultimo modello o delle Vans di marca. Oggi si parla solo di ArabZone90133 ovvero della baby band – che poi tutta baby non era visto che tra i suoi membri c’erano anche maggiorenni – di maghrebini di seconda generazione, nati e cresciuti a Palermo, che prendevano di mira gli adolescenti della movida; il branco è stato individuato, sei maggiorenni sono finiti in carcere, uno agli arresti domiciliari, e i minorenni sono finiti al Malaspina o in comunità. Resta l’impressione di violenza repressa che diventa improvvisa e pesante appena i ragazzi diventano gruppo.

«Io non so quale possa essere la causa di tanta violenza e di certo non ho gli strumenti per giudicare o fare ipotesi», dice Roberto Lipari, nato e cresciuto a Palermo come loro, sempre molto vicino al suo ex mondo di giovanissimi: sta preparando una mini tournée teatrale siciliana e sta lavorando al nuovo film, che non sarà il sequel di Tuttapposto, «ma un passaggio in avanti, legato al passato del personaggio. Sono sempre più convinto che l’unico antidoto possibile sia banalissimo e vero. La grande medicina è la cultura: quando l’uomo si è evoluto e da scimmia si è messo su due piedi, ha abbandonato la forza bruta e iniziato ad usare il cervello. Quindi un modo per eliminare la violenza è quello di alimentare la cultura. Ve lo ripeto con Socrate che non è Roberto Lipari e quindi va preso sul serio, “C’è un solo bene ed è il sapere. E un solo male, ed è l’ignoranza”».

Parliamo di social. I ragazzini di ArabZone90133 erano molto attivi su Tik Tok, YouTube e Instagram.

«Viviamo di infodemia, troppe informazioni, conti soltanto se fai numeri sui social, ma non puoi esimerti dal frequentarli, finiresti fuori dal gruppo. Se diamo un senso di priorità alla vita, ti dico che esisti perché pensi; ma spesso, proprio l’adulto ti insegna che esisti se appari, ed è sbagliato».

Cosa hanno perso i ragazzi durante il lockdown?

«Chi si stava godendo le superiori, quel periodo in cui un anno è lungo venti … si è sentito derubato. Io mi ricordo ogni dettaglio di quell’età in cui accadono cose ogni minuto: se il mondo si ferma, ti rubano una parte di vita. Appena è stato possibile, io sono tornato nelle scuole per parlare con i ragazzi, cosa che ho fatto tanto anche durante il lockdown, via social o videochiamate: i ragazzi sono consapevoli che hanno loro scippato qualcosa».

Sono arrabbiati?

«Non credo, sono consapevoli. La pandemia ha potenziato le qualità, negative e positive: chi prima era aggressivo, lo è di più; e così anche chi invece era riflessivo. I ragazzi non sono un’entità, sono individui e ognuno di loro è uscito in modo diverso da questo periodo».

I giovani sono informati? Hanno voglia di chiedere?

«Pensate chi ha causato problemi durante la pandemia, chi scendeva in piazza mentre i contagi salivano, chi giudicava, elaborava teorie, discuteva in tv … non erano i ragazzi. Ecco, io credo che i figli saranno sempre migliori dei padri».

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