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La cattura di Messina Denaro e l’eterno ritorno dell’antimafia nichilista

Il procuratore capo Maurizio De Lucia e l'aggiunto Paolo Guido con il prefetto Maria Teresa Cucinotta

A due settimane dall’arresto di Matteo Messina Denaro, possiamo cominciare a rileggere l’accaduto con uno spirito più pacato e meno condizionato dalla cronaca spicciola. Certo, le indagini sulla latitanza del boss continuano con l’impegno e la professionalità che hanno contraddistinto il lungo lavoro che ne ha consentito la cattura. E verosimilmente ci riserveranno esiti tutt’altro che edificanti su cui occorrerà riflettere assai e senza scorciatoie. Ma ora vale la pena mettere per un momento tra parentesi l’evento in sé e piuttosto dare uno sguardo all’impatto sulla società e sul pianeta mediatico che ambisce a raccontarla.

Da questo punto di vista, va subito detto che oltre al genuino e diffuso tripudio manifestato in tutto il Paese, si è assistito anche all’«eterno ritorno» di un’antimafia militante di tipo «nichilista». Un’antimafia, cioè, che mette permanentemente in discussione i risultati che ottengono i corpi professionali dello Stato nel contrasto a Cosa nostra in nome di un inafferrabile «oltre», di un «sistema mafioso superiore e supremo» che rimarrebbe sempre impunito, perfino a insaputa di chi compie le investigazioni, magistrati e forze di polizia in particolare.

L’antimafia nichilista presume di capire e sapere più di tutti come stanno realmente le cose. Non da mai soddisfazione a chi lavora sul campo e, occupando in modo spropositato e a volte con un approccio cameratesco gli spazi mediatici messi generosamente a loro disposizione, punta inesorabilmente a celebrare l’invincibilità della mafia e dei suoi registi occulti. Paradossalmente, alla forza inarrestabile e mai scalfita di Cosa nostra credono più loro che gli stessi mafiosi.

Beninteso, questi nichilisti di professione non sono sprovveduti: il plotone che si incarica di sparare a raffica dubbi, complotti, trame oscure in ogni dove, è animato soprattutto da magistrati in servizio o in pensione, arzilli giornalisti dalla memoria talmente lunga da risultare inenarrabile o rampanti conduttori televisivi che spacciano fenomeni da baraccone per eroici scoop.

Tra questi spicca per intelligenza, pari soltanto alla sua buona fede, l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, ora senatore della Repubblica nelle fila del movimento guidato da Giuseppe Conte. L’ex alto magistrato, infatti, non si è risparmiato in tv e sui giornali nel commentare l’impresa investigativa dei magistrati palermitani, dando atto sbrigativamente agli inquirenti di aver condotto le indagini in modo «ineccepibile», ma – sostanzialmente – di non aver compreso che in realtà Messina Denaro si è lasciato prendere (sic!) nel quadro di una strategia neo o tardo trattativista concepita addirittura dai fratelli Graviano. I boss di Brancaccio, seppur ristretti al carcere duro, sarebbero in grado secondo Scarpinato (nel ruolo di interprete illuminato del verbo gravianeo fino ad assumerne le vesti, suo malgrado, di portavoce) di lanciare messaggi alla politica per allentare la durezza della legislazione antimafia e così aprire la prospettiva di un loro ritorno in libertà nonostante gli innumerevoli ergastoli che hanno da espiare. Si tratterebbe, cioè, di una minaccia che ha preso le inusitate forme della consegna allo Stato di una sanguinario criminale come Messina Denaro, ridotto per l’occasione a «utile idiota»: se i complici di Cosa nostra che ancora albergano nelle stanze del potere politico non mantengono la presunta promessa di assecondare il desiderio di libertà dei Graviano, ci saranno rivelazioni epocali sulle collusioni tra mafia e politica ai più alti livelli.

Ora, non è facile entrare nel merito di simili congetture che stanno tra «palco e realtà» ma ognuno vede che basterebbe solo ricordare che il governo Meloni appena insediato ha confermato e perfino irrigidito l’ergastolo ostativo (ossia il «fine pena mai» per i mafiosi) per non prendere sul serio Scarpinato e porsi però qualche domanda sui metodi e sugli scopi di questa antimafia nichilista. Perché, a ben vedere, Scarpinato è coerente: anche quando, con una fulgida operazione investigativa fu catturato Bernardo Provenzano, il vero capo dei capi rimasto in carica fino al 2006 da incallito latitante, lui definì l’arresto più o meno «una colossale arma di distrazione di massa» volta a occultare i veri padroni del sistema politico-mafioso. Quindi siamo di fronte a un cliché: per gli antimafiosi nichilisti la mafia e suoi capi altolocati sono imprendibili e quando i magistrati e le forze di polizia si illudono di prenderne uno, in realtà rimangono vittime o complici di un abbaglio e il vero nemico rimane nell’ombra.

Ecco allora l’interrogativo: può darsi che siamo di fronte a un fenomeno di «doppio legame», ossia che di fatto l’antimafia nichilista viva talmente tanto in simbiosi con Cosa nostra che entrambe stanno o cadono insieme?

 

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