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OPERAZIONE ARNALDO

Palermo, usuraio e messaggero del boss: le conversazioni che incastrano l'avvocato Del Giudice

Nell'indagine che oggi ha portato a 10 arresti tra Villabate e Bagheria spicca la figura del penalista che avrebbe portato all'esterno i messaggi del capomafia Formoso e avviato l'attività di usura
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Il boss Pietro Formoso mentre consegna un pizzino al suo avvocato Alessandro Del Giudice

Avvocato ma anche messaggero del boss. Attorno alla figura di Alessandro Del Giudice ruota l'indagine sfociata nell'operazione "Araldo" con dieci arresti per usura ed estorsione tra Bagheria, Ficarazzi e Villabate. Ed è proprio dal penalista che avrebbero preso il via gli accertamenti dei finanzieri e dei carabinieri.

L'avvocato era legale del boss di Misilmeri Pietro Formoso, che il 20 dicembre del 2013 fece ingresso al Pagliarelli. Nel corso delle visite in carcere con il proprio assistito, Del Giudice avrebbe garantito la comunicazione con gli altri associati del clan portando, in sostanza, i messaggi del capomafia all'esterno. Grazie a questa attività, in particolare, avrebbe consentito la gestione indiretta delle attività imprenditoriali, fittiziamente intestate a terzi.

Le intercettazioni

A incastrare l'avvocato sono le conversazioni con Formoso - a quel tempo intercettate perchè il boss era al centro di ulteriori indagini - ma successivamente anche quelle con un altro arrestato nell'operazione di oggi e quelle con una collega alla quale raccontava quali profitti riuscisse a fare dall'attività di usura. L'avvocato spiegava come funzionasse il sistema e il "giro di assegni" che aveva creato.

Ma è dai colloqui con Formoso che sarebbe scaturita l'indagine che ha portato agli arresti di oggi. “Aspè, ora ti do un pezzettino di carta", gli diceva il boss durante una conversazione in carcere. "Tieni qua… mettiti questo coso nella tasca e poi te lo leggi... levati qua per ora...", aggiungeva ancora il capomafia consegnandogli un pizzino.

In un'altra conversazione che risale all'ottobre del 2014, Del Giudice definiva "fraterno" il suo rapporto col boss di Misilmeri e manifestava il suo disappunto sulla scelta di alcuni affiliati a cosa nostra di collaborare con la giustizia. Ad aggravare la posizione dell'avvocato c'è anche un suo monologo, all'interno della sua auto, una sorta di sfogo su un prestito usurario contratto con Giovanni Di Salvo: in quell'occasione il penalista si autodefiniva ripetutamente "uomo d'onore" e capace di arrivare ai "vecchi malandrini e i nuovi e i moderni" di Palermo anche "Palermo centro".

Il sistema dell'usura

Le indagini hanno portato alla luce l'esistenza di un gruppo criminale capeggiato da Giovanni Di Salvo, che a sua volta si avvaleva della collaborazione di Simone Nappisi e dello stesso Del Giudice, il quale riceveva una percentuale di importo variabile su ogni prestito.

I tassi di interesse, a seconda degli episodi, variavano dal 143% annuo e raggiungevano anche il 5.400% annuo. Per un prestito di 500 euro, la somma da restituire in soli 4 giorni in alcuni casi aumentava a 800 euro. Alle vittime, inoltre, la restituzione della somma di denaro prestata veniva richiesta mediante violenza o minaccia, a titolo di compendio estorsivo.

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