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PALERMO

La mafia di Palermo si riorganizza fra le tensioni, i commercianti denunciano il pizzo: 16 arresti

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La mafia di Palermo si riorganizza. O almeno ci prova. I quartieri della zona nord del capoluogo siciliano vivono le fibrillazioni fra uomini d’onore nuovi e vecchi, fra veterani, capi in ascesa e scarcerati. Sullo sfondo estorsioni ai commercianti, attentati a chi si ribellava, minacce e una guerra per il potere che hanno portato oggi a 16 arresti nell’ambito dell’operazione denominata Bivio.

Proprio le denunce di 5 imprenditori, però (insieme alle indagini di mesi della procura e dei carabinieri), ancora una volta hanno permesso di far scattare il blitz di oggi.

Il blitz: operazione "Bivio"

L’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sui sostituti, costituisce l’ennesimo risultato di un’articolata manovra condotta dal Nucleo Investigativo di Palermo sul mandamento mafioso di Tommaso Natale e, in particolare, sulle famiglie di Tommaso Natale, Partanna Mondello e Zen-Pallavicino.

La procura antimafia di Palermo ha emesso un provvedimento di fermo nei confronti di 16 persone arrestate questa mattina dai carabinieri con l’accusa, a vario titolo, di associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsioni consumate e tentate aggravate, danneggiamento seguito da incendio, minacce aggravate, detenzione abusiva di armi da fuoco.

I retroscena: ecco chi comanda

Dall’inchiesta sfociata nell’operazione Bivio viene fuori come sia pienamente funzionante la ricostituita commissione provinciale di cosa nostra palermitana, riunita il 29 maggio 2018 dopo quasi trent’anni di inattività, che ha condizionato le dinamiche criminali del mandamento mafioso di Tommaso Natale.

Il nuovo reggente del mandamento, Francesco Palumeri, si è reso protagonista, determinando una serie di frizioni interne, della riorganizzazione degli assetti della articolazione mafiosa, dopo il momento di criticità conseguente all’operazione Cupola 2.0.

Palermo, colpo con 16 arresti nel mandamento di Tommaso Natale: i nomi e le foto dei coinvolti

L’indagine Teneo, che aveva portato agli ultimi arresti del 23 giugno 2020, avevano dimostrato come il mandamento mafioso di Tommaso Natale, almeno fino a maggio 2018, era controllato da Nunzio Serio.

La famiglia mafiosa di Partanna Mondello era affidata alla reggenza di Palumeri, mentre quella di Tommaso Natale era nelle mani di Antonino Vitamia. Già in quel periodo si era compreso che il territorio dello Zen, strategicamente determinante, era affidato alla reggenza di Giuseppe Cusimano.

Questa era la composizione di vertice del mandamento di Tommaso Natale aggiornata al marzo 2018, compagine comunque in continuo divenire, perché già il successivo 14 maggio (appena due mesi dopo), Nunzio Serio veniva nuovamente arrestato ed al suo posto subentrava Calogero Lo Piccolo, da poco rientrato a Palermo.

L’immissione di Lo Piccolo alla guida di Tommaso Natale non apportava cambiamenti. I protagonisti, infatti, rimanevano saldamente alla guida delle rispettive articolazioni territoriali.

La nuova cupola e le frizioni nel mandamento

Il 29 maggio 2018, poi, la riunione della commissione provinciale di cosa nostra palermitana, la cosiddetta Cupola 2.0, appunto. A questo incontro, così come confermato dai collaboratori Filippo Bisconti e Francesco Colletti, aveva preso parte il nuovo capo del mandamento mafioso di Tommaso Natale, ovvero Lo Piccolo, che era stato accompagnato proprio da Palumeri, il quale veniva individuato come suo portavoce, e dunque vice, del suo capo, poi arrestato.

Tale circostanza assumerà un significato rilevante nella parte finale dell’indagine, perché Giulio Caporrimo, che durante la realizzazione dell’ambizioso quanto strategico cambiamento nell’assetto mafioso della provincia palermitana era detenuto, una volta riacquistata la libertà il 24 maggio 2019, si scontrava con la realtà di questa nuova componente del mandamento di riferimento e soprattutto con una nuova leadership, determinando un vero e proprio corto circuito.

Caporrimo, infatti, si vedeva sottoposto alla direzione di un Francesco Palumeri che egli non riconosceva come suo leader e soprattutto non riteneva all’altezza di un simile incarico.

Allo stesso modo, non riteneva ammissibile quello che era accaduto con la riformulazione della commissione, perché le decisioni assunte al riguardo, secondo le sue valutazioni, andavano fuori da quella cornice di ortodossia mafiosa che caratterizza cosa nostra, essendo stata violata, secondo lui, una delle regole principali dell’organizzazione, ovvero quella che si sintetizza nel fatto che si è mafiosi fino alla morte e si mantiene il proprio incarico di vertice anche nel corso della detenzione.

Caporrimo, quindi, che non considerava Palumeri un reggente, riottenuta la libertà, di lì a breve e dopo aver toccato con mano la nuova realtà associativa, decideva di stabilirsi a Firenze per prendere le distanze da questa nuova organizzazione che egli giungeva a definire non più come “cosa nostra” ma come “cosa come vi viene”.

Di contro, la decisione di defilarsi di Caporrimo ha dimostrato la piena operatività delle decisioni prese dalla nuova commissione provinciale. Francesco Palumeri, in quanto portavoce e vice di Calogero Lo Piccolo, ha avuto quindi il titolo formale per imporsi su Caporrimo che, giocoforza, ha dovuto, almeno inizialmente, soccombere.

Un boss al “bivio”

Cosa nostra, organizzazione verticistica disciplinata da regole precise, quindi, si trova davanti a un bivio (da qui il nome dell’operazione di oggi): accettare il ricostituito organismo provinciale, oppure, rimettere in discussione tutto attraverso le persone più carismatiche che vengono nel tempo rimesse in libertà, come nel caso di Caporrimo.

E in effetti, Caporrimo, dopo aver trascorso un periodo di isolamento a Firenze, rientrò a Palermo l’11 aprile 2020, riuscendo in poco tempo ad accentrare nuovamente su di sé le più delicate dinamiche dell’intero mandamento, senza i paventati spargimenti di sangue che pure era disposto ad affrontare.

A quel Caporrimo, appoggiato dalla sua base mafiosa sul territorio (si sono rivelati suoi fedeli alleati Antonino Vitamia – capo della famiglia di Tommaso Natale, Franco Adelfio – uomo d’onore di Partanna Mondello, e Cusimano – ai vertici della famiglia Zen/Pallavicino) tornato a Palermo, ha ripreso in mano le redini dell’intero mandamento mafioso, sino al suo ultimo arresto avvenuto con l’operazione Teneo nel giugno 2020, che chiude di fatto l’attività investigativa sul suo conto.

Fra Zen e Pallavicino nasce una nuova “famiglia”

Nell’ambito delle dinamiche associative si è evidenziata la nascita di una nuova articolazione mafiosa nel mandamento di Tommaso Natale, ovvero la famiglia mafiosa di Zen-Pallavicino, affidata alla gestione di Cusimano, con l’aiuto di Francesco L’Abate.

Proprio questa articolazione è stata caratterizzata da problemi gestionali, dovuti all’esuberanza criminale e alla violenza di alcuni gruppi di persone che, non affiliate formalmente a cosa nostra, hanno creato varie criticità sul territorio.

Fra i tanti momenti di tensione si è registrato, lo scorso settembre, un grave episodio allo Zen, quando due gruppi armati si sono sfidati “a duello”. I due gruppi, infatti, di cui uno composto da Andrea e Carmelo Barone appoggiati da Giuseppe Cusimano, si sono affrontati armi in pugno, in pieno giorno per strada, esplodendo svariati colpi di pistola che solo per un caso fortuito non hanno provocato la morte o il ferimento dei protagonisti della sparatoria o di passanti.

Fatti, assieme ad altri episodi, che hanno portato i vertici mafiosi a prendere provvedimenti nei confronti dei riottosi, meditando la soppressione di alcuni dei “non allineati”, la cui realizzazione è stata scongiurata dall’intervento degli investigatori.

Gli imprenditori si ribellano al pizzo

In tema di attività estorsive si è registrato, in tutto il territorio del mandamento, una incisiva azione vessatoria ai danni di imprenditori e commercianti, finalizzata, da una parte, a imporre i mezzi d’opera di alcuni affiliati mafiosi a tutti gli imprenditori impegnati in attività edili e dall’altra a riscuotere il pizzo, in maniera capillare, dai commercianti locali.

In caso di resistenze da parte degli operatori economici, gli affiliati non hanno esitato a porre in essere danneggiamenti, anche di rilevante entità, incendiando i mezzi.
Sono state ricostruite, infatti, in maniera analitica, 13 estorsioni aggravate dal metodo mafioso (10 consumate e 3 tentate), e due danneggiamenti seguiti da incendio ai danni di altrettante imprese. Hanno collaborato con gli investigatori, denunciando i fatti, 5 imprenditori.

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