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Regione Siciliana, la falsa partenza e il tesoretto finito alle ortiche

L’ingresso a Palazzo d’Orleans, sede del governo regionale

Cinquanta giorni per buttare alle ortiche il tesoretto estratto dalle urne. E iniziare al buio una navigazione nel procelloso mare aperto di questa nuova legislatura regionale. Che doveva, negli auspici dei più inguaribili degli ottimisti, liberarci dalle secche dell'immobilismo in cui era precipitata la Sicilia del bisticcione Musumeci-Miccichè. E che invece riparte affondando fin da subito la chiglia nelle acque torbide di una faida senza precedenti. Mai visto un partito leader di maggioranza che al primo vero e serio test d'aula (l'elezione del presidente) cerca sponda in chi giurava opposizione a tutta e si è invece subito seduto a trattare. Mai visto un partito leader di maggioranza che, proprio mentre incassa quel risultato, manda alle ortiche gli equilibri di coalizione, cambiando di fatto le regole in corsa per la formazione della giunta. Mai visto un partito del governatore appena eletto che si presenta a Sala d'Ercole a pezzi, non solo spaccandosi sul voto per l'elezione del presidente dell'assemblea, ma arrivando addirittura all'apoteosi di una secessione sul nascere, con tanto di vessillo conteso e minacce di ricorso alle vie tribunalizie.

Mai visto un così imbelle e supino atteggiamento dei referenti siciliani dinanzi ai diktat romani, a ennesima conferma della marginalità politica in cui la Sicilia è precipitata. E, temiamo, mai vista una giunta così debole, nel peso e nei nomi. Con un presidente che dopo aver provato a battere i pugni, esibendo un certo piglio autonomista nelle scelte, ha dovuto inchinarsi inerme ai voleri del principale alleato. Cosa di cui dovrà in un modo o nell'altro rendere conto agli altri partiti che lo sostengono. Ieri Schifani in conferenza stampa ha provato a usare parole come «compatti» e «coesi», ma sa bene – da navigatore di lungo corso della politica – che si tratta in questo momento più di un accorato auspicio che di una accreditabile certezza.

In fondo, a voler essere pragmatici, ci sta che un presidente della Regione pretenda di avere una giunta formata da assessori-deputati, proprio per provare a saldare il legame fra governo e aula e ridurre al minimo le imboscate. Così come ci sta anche che un partito provi a piazzare qualche scontento di troppo nelle caselle ancora libere dello scacchiere di potere. Nulla di sconvolgente, al netto della tanto agognata e declamata «competenza», che finisce sempre in second'ordine al momento di comporre il puzzle della spartizione. In tal senso, per esempio, più che sul nome di Scarpinato, restano i dubbi sullo scarno curriculum politico di Elena Pagana, giovane ex grillina, passata alla corte meloniana dopo il matrimonio con Ruggero Razza, su cui Musumeci ha talmente insistito al punto da sacrificare un paio di (ormai rancorosi ex) fedelissimi: non sono certo i 1690 voti raggranellati a Enna a farne una candidata d'autore a un seggio in giunta, peraltro con delega di prima fascia. Dovrà dimostrare, lei come tutti gli altri undici, che oltre all’appartenenza c’è (serve) parecchio di più.

D'altra parte, fa ancora più rumore il botto della clamorosa spaccatura forzista firmata da Miccichè, vecchio leone ferito e ormai ingestibile. Non voleva Schifani a Palazzo d'Orleans, non voleva La Russa al Senato, non voleva Galvagno all'Ars. Ha perso tutte e tre volte. E tutte e tre volte ha trovato il modo di far parlare di sé con le sue bizze. E credete che sia finita qui? Altro che compatti e coesi.

Però questa è, ormai. E da qui bisogna in qualche modo partire. Finanche dall'iperbole di un'opposizione che finisce per avere più voti della maggioranza, come non a caso successo ieri per la votazione dei vicepresidenti. Non sarà l'ultima volta, al netto di un centrosinistra che non ha ancora neanche cominciato a rammendare i miseri stracci con cui è uscito - diviso e perdente - dai seggi il 25 settembre.

Giocata sulla pelle dei siciliani, si può solo sperare che la disfida della spartizione politica non finisca per scorticarli. Che di ferite aperte e cicatrici purulente è pieno il tessuto sociale, economico, infrastrutturale di questa regione. Né ci si può crogiolare su un Pil che da queste parti – secondo Bankitalia – cresce sorprendentemente un filo più che altrove, così come il dato sull'occupazione, anche se resta sempre venti punti sotto la media nazionale. D'altro canto, il contraccolpo arriva dall'inflazione che proprio in Sicilia galoppa oltre media e che grava non poco sulle famiglie, in un periodo congiunturale seriamente compromesso dalle conseguenze della guerra in Ucraina sui costi e sulle bollette. Per non parlare poi di ataviche e irrisolte emergenze, dai rifiuti (ultimi in Italia per differenziata) alla mobilità (inutile recitare il solito cahier de doleances di strade e ferrovie). Eppure, nonostante una burocrazia capestro e una resistenza di retroguardia di troppe realtà localistiche, alla Sicilia continuano sempre più a guardare grandi investitori, in particolare in settori oggi più che mai chiave, a cominciare da quello energetico. Per non parlare dell’arcinota questione dei fondi del Pnrr, ultima locomotiva finanziaria su cui si deve assolutamente saltare in corsa, per non doversi invece ritrovare distesi sui binari. Che proprio sugli assetti economici, peraltro, si giocherà tutta la prima fase della legislatura, fra bilanci traballanti, casse esangui e giudizi da brivido della Corte dei Conti.

Saprà questa Regione garantire credibilità, stabilità, trasparenza e competenza nella condotta, nelle scelte e nelle interlocuzioni? Il bene comune saprà farsi strada fra risse di mera bottega, clientelismi, nepotismi, ripicche e vendette? La partenza sconforta. Ma cinque anni sono tanti. Sempre che siano davvero cinque anni...

 

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