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Edoardo Bennato, 70 anni da bastian contrario: "Adesso canto e dipingo i migranti"

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PALERMO. A ottobre scorso – qualche mese dopo la più grande strage di migranti di sempre, che al largo delle coste della Libia inghiottì più di 900 persone – Edoardo Bennato è uscito con Pronti a salpare, il suo diciottesimo album in studio. Lucidamente blues, tagliente come il suo rock and roll sa essere, il disco è però lentamente caduto nel dimenticatoio, o è stato lasciato sugli scaffali dei negozi, oscurato dalle radio e dalle case discografiche che a detta dello stesso Bennato «sono impotenti a far trasmettere le canzoni».

Il cantautore napoletano lo presenta allora domani sera sul palco dell’Arena del Forum di Palermo, senza nascondere che quello a cui i fan assisteranno sarà «il migliore spettacolo rock che si possa avere in Italia al giorno d'oggi».

Perché il «miglior spettacolo rock»?
«Senza timore di essere presuntuoso – sono abbastanza maturo da sapere quali sono i valori in campo in questo momento – non vedo purezza in giro. Ho moltissima stima di Zucchero per la spettacolarità, e di Jovanotti. Fine. Gli altri non possono minimamente competere, possono semplicemente fare degli eventi come i Testimoni di Geova, dei raduni per fedeli, delle cerimonie sabbatiche che non ci azzeccano niente con la musica. Non ho paura di peccare di presuntuosità quando dico che io e la mia band siamo ciò che di meglio il rock and roll ha da offrire all'Italia».

E forse è per questo che «Pronti a salpare» ha avuto delle difficoltà a spiegare le vele?
«Le case discografiche mi dicono di essere impotenti a far trasmettere le canzoni perché ormai le radio sono diventate esse stesse delle case discografiche, e trasmettono le canzoni che producono. Io, visto che la creatività non ci manca, sto continuando a produrre e inventare. Poco fa, per esempio, stavamo provando in sala di registrazione un arrangiamento in chiave rockabilly per molte canzoni come Meno male che adesso non c'è Nerone (brano che quest'anno compie 41 anni, ma ancora attuale come una profezia, ndr.). Le suoneremo a un festival che si tiene a Senigallia. Io cerco di coniugare la spettacolarità del rock con i contenuti. A Lampedusa, per esempio, qualche settimana fa ho fatto un piccolo concerto, quattro brani che in questo momento sono emblematici per la situazione di emergenza che coinvolge tutti noi. Parlano di flussi migratori, di gente che scappa in cerca della vita. Non salgo sul palco a fare delle conferenze di geopolitica, tento di passare sotto i riflettori un contenuto. Il mio obiettivo è far divertire i bambini di 12 anni, che non sono ancora plagiati, non sono ancora condizionati. Spesso ho la percezione che gli anziani, o chi si dichiara mio fan, sia più che altro preoccupato a capire se quello che dico è di sinistra o di destra. Non si godono più nulla. Sono fagocitati dai media, dai luoghi comuni, dagli stereotipi».

Lampedusa è un posto che la ispira
«Della grande famiglia umana che abita questo pianeta io ho sempre parlato. A Lampedusa sono andato nelle scorse settimane per Lampedus’amore, il premio dedicato alla vostra collega Cristiana Matano, mia conterranea ma siciliana d’adozione, una giornalista che stimavo molto, attentissima a queste problematiche e che anche per questo con l’isola aveva un rapporto speciale. Ho anche portato un quadro, presentato con Vittorio Sgarbi in una mostra, che s'intitola In cammino. Alla fine il dipinto l'ho regalato al sindaco Giusi Nicolini, in quel contesto ci va proprio ad hoc. Vorrei portare questa mostra anche a Palermo, ma sono sorti dei problemi tecnici, legati all'assicurazione dei quadri. Vedrò di risolverli magari nei prossimi giorni, l'ideale sarebbe ospitare i dipinti in un museo di arte contemporanea, ma è tutto in cantiere».

Sabato prossimo spegnerà settanta candeline
«Praticamente festeggio a Palermo (ride, ndr.). Ci sono tante ricorrenze per adesso, ma la storia serve a poco, se non a crogiolarsi nel passato. A me interessa del concerto di domani, dell'oggi, del presente. Ci sono momenti che ricordo indelebilmente. Giusto qualche giorno fa sono passati 36 anni dalla tournée del 1980 che mi portò in quindici stadi italiani, tra cui il «Marassi» di Genova (35 mila paganti, ndr.), il Comunale di Torino, Udine, San Siro, un tour organizzato dai miei grandi amici del cortile.

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