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Spaccaossa, la morte di un giovane 6 anni fa e il falso incidente: così partì l'inchiesta

Il 9 gennaio del 2017, a Palermo, investigatori provarono a far luce sulla morte di un tunisino di 22 anni, del quale non era stata denunciata la scomparsa, deceduto apparentemente in un incidente stradale in via Salemi a Brancaccio. Solo dopo un paio di giorni fu la sua compagna a identificarlo: era Yacoub Hadri, un nome che di lì a poco sarebbe stato al centro dell'inchiesta sugli spaccaossa, denominata Tantalo.

Si capì subito che c'era qualcosa di strano nella morte di quel giovane, ma nessuno poteva immaginare che, a distanza di oltre sei anni, le indagini che ne scaturirono avrebbero portato a 19 condanne definitive, due delle quali per il suo omicidio preterintenzionale.

La sentenza della Cassazione sugli spaccaossa

Dalla quinta sezione della Cassazione ieri è arrivata la conferma di diciannove condanne per la banda degli spaccaossa che per truffare le banche organizzava falsi incidenti ma con vere ferite, quasi sempre fratture procurate a gente che aveva bisogno di denaro. L'inchiesta partì proprio con la morte di Yacoub Hadri, un omicidio preterintenzionale per il quale Gesuè Giglio ed Alfredo Santoro, i due imputati che ne erano accusati, dovranno scontare rispettivamente 16 anni e 2 mesi e 14 anni, un mese e 10 giorni. La suprema corte ha condannato anche altre 17 persone della banda e ha annullato con rinvio la sentenza di appello per tre imputati.

La morte di Yacoub Hadri

Le indagini sulla morte di Yacoub Hadri aprirono le porte ad uno scenario inaspettato. Sei distinti filoni dell'inchiesta  hanno infatti permesso di svelare decine di truffe con incassi milionari per le varie organizzazioni criminali. Da una parte c'erano i truffatori che, con la complicità di avvocati e periti, incassavano i risarcimenti dei finti incidenti, dall'altra c'erano le vittime compiacenti che si facevano spaccare braccia e gambe, spesso con danni permanenti, in cambio di alcune centinaia di euro. Fra questi c'era Yacoub Hadri, giovanissimo padre di un bambino di tre anni e mezzo.

C'era qualcosa di poco chiaro nei fatti di via Salemi (una bici elettrica bianca senza targa travolta da un'auto), tanto che gli inquirenti affidarono subito a un consulente la ricostruzione di quel che era accaduto. E dalle verifiche si capì che le fratture riportate dal giovane erano incompatibili con l'incidente. L’autopsia svelò il giallo: la morte era stata causata da un infarto dovuto a un embolo partito dalle fratture. Le successive indagini e le intercettazioni fecero luce sul macabro business che c'era dietro.

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