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«Un processo senza prove»: ecco perché sono stati assolti Cascio, Gualdani e altri sei

Marcello Gualdani

Non c’erano elementi probatori sufficienti per formulare l’accusa di corruzione elettorale, gli accertamenti e le dichiarazioni dei testimoni avevano fatto escludere la promessa di consensi in cambio della distribuzione di generi alimentari destinati ai poveri. A poco meno di tre mesi di distanza dalla sentenza di assoluzione degli ex parlamentari del centrodestra Francesco Cascio e Marcello Gualdani e di altri sei imputati, il giudice monocratico Fabrizio Lo Forte ha depositato le motivazioni del verdetto, sottolineando un «radicale vuoto probatorio» che «non può essere colmato dagli elementi addotti dall’accusa».

In sostanza, non ci fu alcuna compravendita di voti. C’è da dire che il processo, nonostante i presunti reati fossero stati prescritti e la richiesta di archiviazione avanzata dai pm, era stato voluto dai sostituti della Procura generale, che avevano avocato il procedimento.

Oltre che per Gualdani e Cascio (difesi dagli avvocati Francesco Paolo De Simone Policarpo, Giovanni Di Benedetto, Enrico Sanseverino, Roberto Mangano e Vincenzino Giacona Venuti), l’assoluzione con formula piena perché il fatto non sussiste era stata pronunciata il 22 aprile scorso anche nei confronti dell’ex consigliere di circoscrizione Luigi Mazzagreco e per Salvatore Ficarotta, Luciano Virzì, Pietro Lo Casto e Filippo Fazzone (ad assisterli Mauro Torti, Corrado Nicolaci, Corrado Sinatra, Luciano Maria Sarpi, Salvatore Ferrante, Giovanni Di Benedetto, Domenico Trinceri). Scagionato perfino un imputato morto di Covid lo scorso anno, il sindacalista della Uil Tucs Pietro La Torre, assistito dall’avvocato Claudio Gallina Montana. Le difese avevano rinunciato alla prescrizione, chiedendo al giudice di pronunciarsi nel merito.

La vicenda risale al 2012, poco prima del voto per il rinnovo dell’Ars, quando alcune intercettazioni avrebbero fatto emergere che i generi alimentari provenienti dall’Auchan e destinati al Banco alimentare, cioè ai poveri, sarebbero stati «distratti», attraverso una onlus intitolata a Papa Karol Wojtyla, che faceva capo all’imputato Luigi Mazzagreco. Agli attacchini impegnati nella campagna elettorale sarebbero stati offerti cibi in cambio di voti. Una ricostruzione che non ha retto al vaglio del giudice.

Nel dettaglio, nelle motivazioni si spiega che anche ad utilizzare il contenuto delle intercettazioni, da queste non è dato desumere prova sufficiente in ordine alla responsabilità degli imputati. Peraltro, dai dialoghi intercettati con protagonista Gualdani si desume che riguardano «attività di attacchinaggio di manifesti elettorali» e appaiono «disancorati da riferimento a distribuzione di generi alimentari». L’unico soggetto sentito (Moscatello), tra i destinatari di generi alimentari, ha escluso di avere ricevuto cibi dietro la promessa di favori elettorali. Inoltre, i contatti e colloqui tra Gualdani e Cascio erano preordinati unicamente all’espletamento di attività di propaganda elettorale che non vale ad adombrare l’ipotesi accusatoria. E, ancora, la circostanza che Gualdani fosse coinvolto nell’organizzazione della campagna elettorale di Cascio appare pacifica e non è stata neppure contestata dalla difesa. In conclusione, il giudice ha ritenuto che il complesso degli elementi probatori offerti dall’accusa non è idoneo a suffragare la tesi della sussistenza dei fatti.

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