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Palermo, nuovo pentito a Brancaccio: luce su racket e affari del clan

Rosario Montalbano ha deciso di collaborare con la giustizia: le sue dichiarazioni utilizzate nelle indagini contro gli esattori del pizzo

Sta collaborando con la giustizia e le sue rivelazioni potrebbero fare luce sugli affari della droga e del racket a Brancaccio ma anche nei mandamenti di Tommaso Natale e Porta Nuova. Il nuovo pentito si chiama Rosario Montalbano, 38 anni, vanta un lungo curriculum criminale alle spalle ed è stato recentemente condannato a 12 anni e 2 mesi in primo grado nel giudizio, celebrato con il rito abbreviato, in cui sono state documentate una cinquantina di estorsioni ai danni di titolari dei negozi identificati i capi e i soldati che si sarebbero occupati della gestione delle numerose piazze di spaccio a Brancaccio.

Il procuratore aggiunto Marzia Sabella e i sostituti Bruno Brucoli, Federica La Chioma e Francesca Mazzocco, hanno annunciato che i verbali con le sue confessioni saranno presentati anche nel processo d’appello ma le sue dichiarazioni avevano già fornito un contributo importante alle indagini contro gli esattori del «pizzo» nel quartiere, otto dei quali erano stati arrestati nel blitz dello scorso marzo. L’inchiesta era stata avviata due anni prima ma i carabinieri avevano stretto i tempi intervenendo dopo l’omicidio di Giancarlo Romano, l’astro nascente della famiglia mafiosa di corso dei Mille, ucciso in un conflitto a fuoco allo Sperone.

Montalbano ha tante cose da raccontare: era lui - assieme a Maurizio Di Fede, detto Ciuffetto, figlio di Lorenzo, defunto reggente della famiglia mafiosa di Roccella – a imporre la messa in regola a tutti i commercianti della zona, come si evince da una conversazione intercettata l’11 aprile del 2019. «Cominciamo con i miei così me li scrivo – diceva Di Fede al suo interlocutore -. Quindi io ho questo, me li ha dati tutti per Natale, poi c’è quello delle bombole, poi c’è la polleria alla Sbannuta, l’assicurazione alla Roccella, poi... ti pare che è facile, che me li ricordo tutti io?». Poi aveva proseguito con il suo lungo elenco: «Dunque la discoteca, alla Roccella chi c’è? L’assicurazione gliel’ho messa, il carnezziere. Poi? In via XXVII Maggio non c’è più nessuno. Va bene questi per il momento, questi fai finta che io... sono tutti, poi se ne vanno trovando altri, dalla via Sacco e Vanzetti non c’era il carnezziere. La farmacia te la fai pure tu, lunedì poi se ne parla. Poi è rimasto quello del ristorante per Pasqua, per Natale non ci siamo andati».

Nonostante tutto, però, Montalbano aveva espresso qualche perplessità: «Non sono più i tempi di prima», un’affermazione su cui anche l’altro mafioso era d’accordo. «Si raccoglievano tutti i soldi per pagare le persone con gli occhi chiusi – spiegava - tutti i mesi, non c’erano mai problemi». Ma tra i due le cose non sempre filavano lisce e senza intoppi: in particolare Di Fede si lamentava spesso con Montalbano perché quest’ultimo utilizzava metodi troppo bruschi e sbrigativi con i «clienti», i quali in realtà erano perfino amici tanto che, pur se taglieggiati, non li denunciavano mai e per questo molti di loro devono rispondere di favoreggiamento.

Erano inflessibili anche con chi apriva senza autorizzazione: «A questo si dovrebbe vedere chi è che gliel’ha detto – sosteneva il neo pentito prima del suo arresto captato dalle forze dell’ordine - perché non è possibile che questo ha potuto fare. Ma chi è che l’ha autorizzato a fare questa cosa? Non lo sanno i tuoi zii come funzionano queste cose? C’è qualcuno che magari ti ha detto di poterlo fare? Ma poi l’inaugurazione che ha fatto, sembra che si stava sposando, sono passato e mi sembrava un matrimonio».

Montalbano, però, potrebbe avere ulteriori informazioni su chi si occupa del traffico di droga a Brancaccio e non solo: era lui, infatti, con il suo scooter a caricare la merce da consegnare ai pusher, per cui potrebbe fare nomi di persone non ancora finite nel mirino degli investigatori.

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