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L'INCHIESTA

Palermo, mafia e business della droga: i viaggi in Calabria e il controllo di qualità

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Palermo, Cronaca
Sei degli arrestati dell'operazione condotta congiuntamente da polizia e carabinieri a Palermo

La droga coltivata nella zona del cortile Rapallo, a Ciaculli, oppure importata dalla Calabria o da Napoli. E, poi, esportata a Gela. Sul business delle sostante stupefacenti, sulla spartizione delle piazze di spaccio (soprattutto allo Sperone), gli interessi delle cosche restano fortissimi. Dalle carte dell'inchiesta che martedì scorso a Palermo ha portato a 31 arresti (29 in carcere e due ai domiciliari)  emerge il gruppo di Emanuele Prestifilippo, assieme ai «suoi stretti collaboratori Cosimo Salerno e Francesco Oliveri», ma a fare affari con i carichi di cocaina ed eroina ci sarebbe stata pure «un'organizzazione criminale riferibile alla famiglia della Roccella capeggiata da Maurizio Di Fede». E, ancora, Pietro Paolo Garofalo. L'altro nome ricorrente è quello di Antonio Lo Nigro, u ciolla, indicato come «elemento di vertice della famiglia mafiosa di Corso dei Mille».

Prestifilippo e i suoi fedelissimi parlano di erba e il 3 settembre 2019, intercettati dagli inquirenti, sono più espliciti del solito: «È pronta perché io la vedo ha i filamenti rossi, non tutta nella massa, perché c'è quella che diciamo sarebbe quella sativa, tipo quella King Kong oppure le altre che ci hanno dato, diciamo che erano un'altra razza, tu già vedi le foglie diverse ed fiori sono più piccoli».

Ma i loro movimenti ormai sono seguiti passo passo dagli investigatori e sette giorni dopo viene scovato in un immobile abbandonato sulla strada che da via Natoli di Villabate porta a Ciaculli il posto dove le piante di marijuana venivano messe ad essiccare. Il sequestro sarà ritardato per non danneggiare le indagini e, infatti, ci sarà modo di intercettare Prestifilippo a colloquio con il capo mandamento, Giuseppe Greco, «in merito al taglio delle piante, di cui aveva raccolto una quantità pari a quella trasportata in due furgoni». Coltivazioni che rendevano, perché il 5 ottobre 2019 in un'intercettazione a bordo dell'auto usata da Prestifilippo si faceva riferimento a come, assieme a Cosimo Salerno, avevano prodotto 10 chili di marijuana, per i quali «una terza persona non meglio indicata – annotano gli inquirenti - aveva offerto 20.000 euro, cifra tuttavia ritenuta insufficiente».

Nei primi mesi del 2019 l'industria della droga è al centro dell'impegno della famiglia mafiosa che, secondo gli inquirenti, alla Roccella ha una «strutturata associazione per delinquere». Maurizio Di Fede e Tommaso Nicolicchia sono indicati come i promotori e gli organizzatori; Giuseppe Ciresi e Onofrio Claudio Palma «in qualità di uomini di fiducia e di stretti collaboratori dei promotori. Ad un altro livello corrispondono le figure di Rosario Montalbano e Salvatore Lotà e quella di Francesco Paolo Patuano, indagato in questa inchiesta, che fu arrestato il 25 marzo del 2019 mentre trasportava la droga proveniente dalla Calabria.

Durante l’inchiesta sono stati 16 gli arresti in flagranza per detenzione di sostanza stupefacente e sono stati sequestrati circa 80 chili di droga tra cocaina, purissima ancora da tagliare, hashish e marijuana per un valore sul mercato di oltre 8 milioni di euro. Sono stati individuati anche alcuni tra i diversi canali di rifornimento dell'organizzazione tanto in territorio palermitano, quanta in terra calabrese» dove i fornitori sarebbero stati i fratelli Pietro e Giuseppe Parisi. Il primo arrivo dei due calabresi è registrato il 21 marzo 2019. Il contatto è di Palma e l'incontro per definire l'affare avviene in piazza Don Bosco con Di Fede e Ciresi, che nei due giorni precedenti avrebbero raccolto le ordinazioni e i soldi per l'acquisto della droga («...al limite entro questa giornata fammi sapere se te ne serve di quelle cose entro domani, così noi ci ordiniamo quelle cose... sto raccogliendo i piccioli»).

I due fratelli calabresi temono di essere arrestati e una delle condizioni imposte, rilevano gli inquirenti, «è che lo stupefacente debba essere prelevato e trasportato dai palermitani». Questo vincolo preoccupa Di Fede: «Ma se ce lo passano da questa parte a Messina... se noi lo dobbiamo andare a prendere da quella parte io non posso, non rischio». E c'era pure un controllo-qualità. «Io faccio arrivare cinque campioni – spiega Di Fede -, glielo faccio vedere: “Buona è per voi?”, dice sì, fatemi scendere l'altra». L'Audi S3 con a bordo i fratelli Parisi arriverà alle 11,40 e alle 13,20 sarà già pronta per la strada del ritorno. Poi tocca a Di Fede, Palma e Ciresi su un'auto e a Francesco Paolo Patuano su un'altra compiere la missione. Ma la Volkswagen Golf con Patuano al casello di Buonfornello incappa in un controllo. Nel carter in plastica dell'aria condizionata saranno trovati 821,10 grammi di eroina e altri 1.117,39 grammi di cocaina. Ed era scattato l'arresto per il conducente. L'arresto, secondo il gip, interrompe il vincolo associativo di Patuano.

Nonostante quell'arresto il canale calabrese era rimasto aperto e i viaggi erano continuati perché la domanda di droga in città andava soddisfatta: «Ce ne dobbiamo scendere 10 pacchi. E quelli ce la danno e poi gli portiamo i soldi senza problemi». E si pianificava di trasportare «la merce in sacchetti sottovuoto da posizionare in vasi di piante grasse con la terra asciutta».

Il 20 aprile 2019 è registrato il terzo viaggio calabrese. Di Fede sfrutta il momento d'oro e lo spiega a Michele Mondino: «Zio Michele, 50.000 euro di roba a me mi ha dato, senza soldi. E l'ho presa e ora, adagio adagio, vi do i soldi. Diecimila euro gliel'ho portati ora l'altro ieri ne ho portati un altro poco... non è che mi stanno scannando... In questo minuto ha sia quella pura che quella tagliata. Dice "Quella tagliata ve la scendete in qualsiasi modo, quella pura ce la dovete pagare. Perché non è... non è diretta nostra».

Il 3 maggio un'altra traversata e questa volta scatta l'arresto per il corriere Nicola Chianello (giudicato separatamente, come precisa il gip nell'ordinanza). Di Fede non si dà pace: «...23 mila euro. Era mezzo chilo di pura, seicento tagliata e un chilo e mezzo di taglio per mischiarla...». Perché delle sette piazze di spaccio dello Sperone, Di Fede ne avrebbe rifornite almeno tre, compresi I Cancelli e passaggio De Felice Giuffrida. Piazze che avrebbero fruttato, secondo gli inquirenti circa 80.000 euro a settimana.

 

 

 

 

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