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LA SENTENZA

San Cipirello, padre e figlio condannati per usura

Dodici anni e due mesi a Santo Sottile, sei anni e otto mesi ad Alessandro. Risarcimenti alle associazioni
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Un frame delle intercettazioni

Padre e figlio condannati per usura. La quinta sezione penale del Tribunale di Palermo (presidente Donatella Puleo, a latere Nicola Aiello e Ivana Vassallo) ha giudicato colpevoli Santo Sottile, imprenditore edile, e il figlio Alessandro. Dodici anni e due mesi di reclusione al padre, sei anni e otto mesi al figlio. Il collegio ha riconosciuto provvisionali tra i 50 mila e i 150 mila euro alle cinque parti civili. I due erano stati arrestati a gennaio dell’anno scorso con il blitz «Papillon» della guardia di finanza nell’ambito di un’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Sergio Demontis e dal sostituto Andrea Fusco. Erano stati sequestrati beni per 5 milioni di euro. Le vittime erano della zona di San Cipirello, dove padre e figlio erano residenti.

L'associazione Solidaria: «Sentenza esemplare»

«Una sentenza esemplare», afferma l’associazione Solidaria che ha assistito tutte e cinque le parti civili, che hanno ottenuto complessivamente una provvisionale di mezzo milione di euro. «Ancora una volta - dice Salvatore Cernigliaro, presidente di Solidaria - si conferma che la sinergia tra autorità giudiziaria e associazionismo antiracket e antiusura è la risposta vincente per contrastare in modo efficace questi gravi reati. Non è un caso che Solidaria, attualmente impegnata nella realizzazione di un progetto finanziato con i fondi del Pon Legalità, abbia voluto intitolarlo “Insieme si può”, perché abbiamo la consapevolezza che contro il racket e l’usura è necessario il contributo di tutta la parte sana del Paese».

La denuncia delle vittime

Tra le vittime che hanno denunciato c’è anche un imprenditore che avrebbe chiesto un prestito di 450 mila euro e che nel giro di un anno si sarebbe ritrovato a dovere restituire un milione di euro.  Tassi fino al 140 per cento annuo e i riferimenti, quando i pagamenti non erano puntuali, a quelle conoscenze pesanti che i Sottile potevano vantare. Santo Sottile, per i suoi rapporti e il suo passato, è stato di recente pure chiamato a testimoniare al processo per la morte del poliziotto Nino Agostino.  Santo Sottile in passato era stato accusato di essere un prestanome di Giovanni Brusca, il boss poi pentito di San Giuseppe Jato. Sottile era stato poi assolto. Nella rete erano finiti imprenditori del settore agrituristico, come la titolare di una struttura di Alia a 4 stelle che in aula ha ricordato dieci anni di tormenti,  e anche l’ex titolare del bar Albatros di viale Strasburgo, a Palermo. Il processo racconta poi di un'azienda costretta a svendere capi bovini di pregio.

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