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Palermo, affari della mafia di Brancaccio con slot machine, sigarette e case di riposo

Un frame del video diffuso dalla polizia

Nuovi capi a Brancaccio. La mafia di Palermo che rinasce dalle ceneri della vecchia, colpita dai blitz. Venticinque misure cautelari sono state eseguite della polizia nell’ambito dell’operazione antimafia «Maredolce 2». I reati contestati sono associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, incendio, trasferimento fraudolento di valori aggravato, autoriciclaggio, detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio e contrabbando di tabacchi.

Il provvedimento, emesso dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, è l’esito dell’attività investigativa della Squadra mobile sul mandamento mafioso di Brancaccio e, in particolare, sulla famiglia di Corso dei Mille.

Tra i destinatari del provvedimento i nuovi capi che, in breve tempo, erano riusciti a riorganizzare il gruppo mafioso di corso dei Mille, che nel luglio del 2017 era stato duramente colpito dall’operazione «Maredolce». Boss emergenti la cui leadership ha trovato conferma nella loro capacità di tenere sotto controllo il territorio mantenere stabili rapporti con autorevoli esponenti di Cosa nostra palermitana e non solo.

Immediatamente dopo l’arresto di Pietro Tagliavia, reggente del mandamento fino al 2015, le indagini si sono concentrate sulle figure di Luigi Scimò e Salvatore Testa, ritenuti nuovi capi del clan di Corso dei Mille così come confermano i rapporti che intrattenevano con i boss di altri mandamenti. Fra questi spiccano i nomi di Pietro Salsiera e Sergio Napolitano, ai vertici della famiglia di Resuttana, Giovanni Sirchia, uomo d’onore di Passo di Rigano, Filippo Bisconti, che fu a capo della famiglia di Belmonte Mezzagno e, oggi, collaboratore di giustizia, e Leo Sutera, indiscusso rappresentante della provincia di Agrigento, attualmente detenuto.

GLI AFFARI. Il traffico di droga era tra gli affari principali, con l'ambizione di curare l’acquisto di una partita di stupefacente presso un non meglio identificato esponente della famiglia Barbaro di Platì. La trattativa era finalizzata a stabilire un canale di rifornimento diretto tra Calabria e Sicilia che garantisse l’approvvigionamento di cocaina per le piazze di spaccio attive sul territorio di Brancaccio e controllate dalla cosca.

Oltre alla droga, il business delle slot machine, il controllo di alcune case di riposo, le estorsioni sono gli interessi del clan documentati dalle indagini dei poliziotti. Il gruppo criminale esercitava un capillare e rigoroso controllo del territorio anche nei confronti della microcriminalità, assoggettata all’autorità mafiosa. Nel corso dell’operazione sono stati sottoposti a sequestro preventivo alcune imprese e diversi veicoli per un valore complessivo quantificabile in un milione di euro.

L'ORGANIGRAMMA. L'indagine ha permesso di ricostruire l’organigramma della famiglia di corso dei Mille, guidata da Scimò e Testa, in grado di controllare il territorio rigorosamente. Emblematico il caso di una rapina ai danni di una sala bingo sottoposta ad amministrazione controllata e al cui interno erano collocati dei videopoker di pertinenza di un'altra famiglia. In questa occasione il gruppo si è immediatamente attivato per rintracciare gli autori del colpo, costringendoli a restituire il bottino.

Le estorsioni erano affidate a Salvatore Giordano e Giuseppe Di Fatta, mentre il contrabbando di sigarette era coordinato da Girolamo Castiglione e gli affari nel settore dei videopoker da Giovanni De Simone e Aldo Militello.
Documentato l’interesse del gruppo di Scimò nelle gestione delle case di riposo per anziani, intestate fittiziamente a terzi ma, in realtà, controllate dallo stesso boss tramite Anna Gumina e Pietro Di Marzo.

Non sfuggivano al controllo mafioso nemmeno le questioni di carattere personale. E’ il caso, ad esempio, del furto dello scooter a Pietro Di Marzo, il quale, sfruttando le proprie conoscenze sul territorio, ha prontamente individuato il ladro e costretto i suoi genitori ad acquistare uno scooter simile per poi farselo cedere a titolo gratuito. Documentati anche alcuni episodi di usura commessi da Caterina Feliciotti, moglie di Enrico Urso.

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