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Omicidio a Belmonte Mezzagno, pentiti e faide: l'ombra della mafia dietro il delitto

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Il collaboratore di giustizia Filippo Bisconti

Il 22 gennaio un nuovo fragoroso colpo era stato assestato alla nuova Cupola. Si erano pentiti due boss di primo piano e, un mese e mezzo dopo il clamoroso blitz coordinato dalla Dda di Palermo che il 4 dicembre aveva smantellato la ricostituita Commissione provinciale di Cosa nostra, erano state fermate altre sette persone, tra cui Leandro Greco, detto "Michele" (incensurato nipote di Michele Greco, il 'Papa' di Cosa nostra), capo, come il nonno, dello storico mandamento di Ciaculli; e Calogero Lo Piccolo, (figlio del boss Salvatore Lo Piccolo), al vertice, come il papà, del mandamento di San Lorenzo-Tommaso Natale: esponenti di primo piano che, anche in forza dei loro cognomi, avevano stabilito un asse per rilanciare l’organizzazione: c'erano anche loro alla riunione della 'Commissione' del 29 maggio 2018 che ha fissato le regole dell’organismo direttivo.

Tra i boss pentiti, proprio quello di Belmonte Mezzagno, Filippo Bisconti, cugino di Antonio di Liberto, ucciso stamane a colpi d’arma da fuoco all’interno della sua auto, nel paese del Palermitano, di cui è stato sindaco il fratello della vittima.

Un delitto, dunque, inquietante, anche se al momento non ci sono elementi che facciano pensare a una vendetta contro il pentito e le sue dichiarazioni.

A inizio anno scattò il seguito dell’operazione "Cupola 2.0", reso possibile dallo sgretolamento, questa volta ad alti livelli secondo i pm, del muro di omertà, con la collaborazione dei capi mandamento Francesco Colletti e Bisconti: i due avevano ammesso il loro ruolo ai vertici di Villabate e Belmonte Mezzagno; poi avevano confermato la riorganizzazione della Commissione provinciale, specificando le dinamiche interne, fornendo importanti elementi su Greco e Lo Piccolo, spiegando di avere preso parte al summit che voleva ridare vigore alla 'Cupola'.

Omicidio a Belmonte, Antonio Di Liberto ucciso in auto davanti casa - Foto

La Commissione provinciale di Cosa nostra si è riunita una prima volta il 29 maggio 2018. Una seconda riunione si sarebbe dovuta svolgere a settembre. Invitati soltanto i capi mandamento. Ma quest’ultima non si è mai svolta. Il 4 dicembre è scattata l’operazione "Cupola 2.0" e le manette per il padrino, l’80enne gioielliere Settimo Mineo, boss e gregari, vecchi e nuovi.

Il 'terremoto' appena due settimane dopo il blitz. Primo a pentirsi, il 18 dicembre, è Colletti, intercettato mentre svela a un suo fidato collaboratore, tutti i risvolti dell’incontro. Risvolti che non poteva svelare a nessuno. Il 15 gennaio decide di collaborare con la giustizia anche Bisconti, referente dei paesi della Provincia. Le loro dichiarazioni sono esplosive perchè confermano la volontà di Cosa nostra di ridarsi delle regole ferree, dopo la morte del boss dei boss, Totò Riina.

Scrivevano i magistrati della Dda di Palermo: "Proprio in merito al valore ed ai meccanismi di funzionamento della commissione provinciale, nonchè in ordine alla individuazione degli altri soggetti chiamati a partecipare e ad organizzare la riunione del 29 maggio, Colletti e Bisconti fornivano fondamentali contributi dichiarativi, in particolare indicando in Leandro Greco, detto 'Michele' e Calogero Lo Piccolo, altri due capi mandamento ammessi alla riunione in cui veniva formalmente ricostituita la commissione provinciale palermitana di Cosa nostra". (AGI)

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