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Calunnia, imputazione coatta per capo scorta di Di Matteo

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PALERMO. Dichiarazioni “tardive” e “contraddittorie” quelle del maresciallo dei carabinieri Saverio Masi, attuale capo scorta del magistrato Nino Di Matteo, che nel 2013, assieme al collega Salvatore Fiducia aveva presentato denuncia nei confronti di sette ufficiali dell’arma dei carabinieri, accusandoli di aver “frapposto continui ostacoli nel corso di indagini mirate alla cattura di super latitanti” come Bernando Provenzano, morto in carcere nel luglio scorso, e Matteo Messina Denaro, ancora a piede libero.

Accuse che non hanno trovato riscontro quelle di Masi e Fiducia per i quali è stata disposta l’imputazione coatta da parte del gip Vittorio Alcamo con le accuse di calunnia e diffamazione. Disposta l’archiviazione, invece, per gli ufficiali Gianmarco Sottili, Gianluca Valerio, Vincenzo Emilio Antonio Nicoletti, Francesco Antonio Gosciu, Fabio Ottaviani, Biagio Bertoldi, Michele Miulli, a carico dei quali era stata aperta una indagine per favoreggiamento aggravato.

La denuncia di Masi e Fiducia si è quindi tramutata in un boomerang. Come scrive Alcamo, “le denunce di Masi e Fiducia sono state sporte solo a maggio del 2013 e quindi a distanza di sette/dodici anni rispetto ai fatti attribuiti ai superiori”. Per alcuni fatti denunciati da Masi “nessuno dei pubblici ufficiali sentiti è stato in grado di fornire un avallo alle propalazioni di Masi”. “Va evidenziata – prosegue Alcamo – anche la sospetta progressione dichiarativa e le discrasie rese sul punto da Masi”. Di alcuni episodi Masi infatti parla per la prima volta al processo Mori-Obinu, di altri invece ne racconta al processo Trattativa, a distanza di molti anni.

Per quanto riguarda il fronte Messina Denaro, stando alle dichiarazioni di Masi durante il processo sulla trattativa Stato-mafia, ci sono state forti resistenze ad approfondire operazioni di intercettazioni e pedinamenti dopo aver individuato, nella città di Bagheria, il latitante nel marzo 2004. “L’unica condotta doverosa per un carabiniere – dice Alcamo – era attivarsi in tutti i modi possibili per catturare il latitante. E invece, incredibilmente, Masi rendeva noto l’avvistamento solo 54 giorni dopo, depositando ai suoi superiori una relazione di servizio. Già questo modo di procedere costituisce non solo un grave inadempimento disciplinare e un reato omissivo, ma lo squalifica enormemente sotto il profilo dell’attendibilità intrinseca”.

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