LE INTERCETTAZIONI

Blitz di mafia a Palermo: il mistero del tesoro di Bontade nei dialoghi degli arrestati

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PALERMO. A 35 anni dalla morte, si parla ancora del misterioso tesoro di Stefano Bontade: una cassa di denaro e gioielli che il boss avrebbe sotterrato prima di venire ucciso in un agguato nel 1981. A ricordare l’episodio, avvolto da un alone di leggenda, sono due degli arrestati nell’operazione Brasca che oggi ha portato in carcere 62 persone.

Mario Marchese e Antonino Pipitone, in una conversazione intercettata dagli inquirenti, ricordano come con l’aiuto dei suoi sodali Girolamo Mondino e Antonino Sorci, Bontade aveva riempito e sepolto “na cassa china ri picciuli”. Dopo la morte del “principe di Villagrazia”, la cassa era stata reclamata dalla moglie. Marchese sostiene che la cassa era stata recuperata e il contenuto spartito tra i responsabili dell’epoca della famiglia. Il racconto conferma quanto aveva già detto il collaboratore Marino Mannoia: la moglie di Bontade aveva tentato invano di recuperare parte del suo patrimonio interessando il cognato Giovanni Bontade e Antonino Bontà.
A Marchese, Pipitone dice anche un altro particolare dell’eredità dei Bontade. Pipitone spiega di essere stato interessato dagli eredi per risolvere la “vertenza” su un immobile in via Barbagallo conteso dai figli dei due fratelli: da una parte Angela Daniela Bontade, figlia di Giovanni e moglie di Vincenzo Bontà (ucciso la scorsa settimana in via Falsomiele per motivi ancora sconosciuti) e dall’altra Francesco Paolo Bontade, attualmente detenuto e figlio di Stefano, sostenuto pure dal suocero Mario Adelfio. Pipitone non sarebbe riuscito però ottenere nessuna indicazione utile se non il fondato sospetto che della parte di patrimonio appartenuta a Stefano Bontade non era rimasto nulla .

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