L'INTERVISTA

Monsignor Lorefice: «Per una città che stia bene bisogna ripartire dai più deboli»

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Il nuovo arcivesco di Palermo: «Non vorrò mettere barriere tra me e la gente, troverò la giusta soluzione»

PALERMO. «Se vogliamo una città che stia bene, dobbiamo ripartire dai più deboli». Si sente già palermitano monsignor Corrado Lorefice (anche se preferisce un «don Corrado» più colloquiale), nuovo arcivescovo di Palermo, che a un mese esatto dal suo insediamento in diocesi fissato per il 5 dicembre, parla per la prima volta a tutto campo della sua nuova missione. Dell’ansia per la nomina a sorpresa, ma anche del legame con il «mio don Pino», a cui ha dedicato un bel volume. La casula rossa indossata per la beatificazione di padre Puglisi «la tengo come una reliquia». Ieri in Vaticano ha fatto il giuramento previsto per i nuovi vescovi e ha incontrato Papa Fracesco: «È stato amabilissimo con me, mi ha detto cose bellissime che porto nel cuore».

Don Corrado, come sta, dopo lo shock per l’incarico che le è stato affidato?

«Come sto? Capisco che è un servizio che mi richiederà una grande donazione, una grande lucidità, rettitudine di cuore. Tutti quelli che mi incontrano mi augurano “in bocca al lupo”, però, siccome non l’ho cercato io questo incarico ma è dono di grazia, confido nell’aiuto del Signore e sono convinto che proprio Lui mi metterà accanto i miei sacerdoti, i laici che desiderano che la nostra Chiesa di Palermo sia un segno bello per tutti».

A Palermo c’è una grande attesa. Lei nella lettera alla diocesi ha fissato alcuni punti essenziali: ascolto, dialogo. Da dove vuole cominciare?

«Quello che ho scritto nella lettera sono proprio io. Comincio col sentirmi già parte di questa città, mi sento un concittadino e un condiocesano. Mi appartiene la Chiesa di Palermo e mi appartiene la città, dobbiamo edificare la città e la Chiesa nel segno del bene e di queste attese che vengono dal cuore della gente che soffre e che desidera parole di cambiamento e di speranza. Non ho in mente chissà quali progetti, ma io mi sento parte integrante di questa realtà che vogliamo costruire insieme. So quanta energia c’è nel clero, nei laici, nei religiosi, perché alcuni li conosco e poi in questi giorni ho ricevuto una coralità di affetto e disponibilità che mi commuove».

 

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