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CORTE DEI CONTI

Danno all’Agenzia delle Entrate, 4 condanne a Palermo

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PALERMO. Erano finiti in manette nel 2008 insieme ad altri undici complici nell’ambito di un’operazione della guardia di finanza che aveva smascherato un vorticoso giro di «mazzette» all'Agenzia delle Entrate per ottenere sgravi fiscali non dovuti o la cancellazione dei tributi già iscritti a ruolo. Meccanismi di cui avevano beneficiato anche esponenti di Cosa nostra e che avevano fatto «sfuggire» all'erario quasi due milioni di euro. Ora per quattro ex dipendenti dell'ufficio di Palermo 3, già condannati in sede penale, è arrivato anche il pronunciamento della Corte dei conti per il danno d’immagine provocato all'amministrazione finanziaria.

La Sezione giurisdizionale (sentenza 717/2015) ha stabilito che Giuseppe Scaglione, 62 anni, dovrà versare 35 mila euro, Umberto Romano, 60 anni, dovrà versarne 37 mila, Giuseppe Tumminia, 57 anni, 25 mila, Giovambattista Ignizio, 53 anni, 12 mila. «La condotta illecita tenuta da ciascun convenuto - si legge nelle motivazioni - ha concorso alla proiezione dell'immagine di un pubblico potere, almeno in parte, sistematicamente inquinato».

Ignizio era stato coinvolto in un'altra operazione anticorruzione scattata nel 2007 e arrestato insieme ad altre undici persone. L'anno successivo la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti lo aveva condannato a risarcire 52 mila euro. Ma in secondo grado era stato assolto.

Il meccanismo della truffa, che questa volta riguardava il periodo fra il 2003 e il 2005, era semplice: il contribuente cui veniva notificata la cartella erariale si rivolgeva a uno dei consulenti fiscali che lo metteva in contatto con i dipendenti dell'Agenzia, i quali entravano nel sistema informatico e cancellavano il debito. In questo modo l'agenzia di riscossione non riceveva neppure la comunicazione dell'esistenza del debito. Ma in più di un caso sarebbe stato accertato un contatto diretto tra i debitori e i funzionari infedeli. Oltre 500 i debiti annullati a 411 beneficiari. Tra questi il boss Lorenzo Tinnirello della cosca di San Lorenzo e il latitante Francesco Di Fresco.

Scaglione, Romano, Tumminia e Ignizio erano stati arrestati il 9 maggio del 2008 insieme ad altre 11 persone: sei dipendenti dell'Agenzia delle entrate, un ex dipendente della Regione comandato all'ex ufficio Imposte dirette e otto consulenti fiscali. Gli ordini di custodia cautelare contestevano agli indagati, a vario titolo, i reati di frode informatica, accesso fraudolento al sistema informatico e falso ideologico aggravato.

Il 6 novembre dello stesso anno i quattro avevano patteggiato, anche per il reato di corruzione continuata, davanti al Gup: 4 anni e 8 mesi Scaglione, Romano e Tumminia; 3 anni e 6 mesi, oltre alle pene accessorie dell'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni e l'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione per 3 anni. La sentenza, esecutiva nei confronti di Ignizio fin dal 26 novembre 2008, era divenuta definitiva per gli altri tre a marzo del 2009 dopo che la Cassazione aveva dichiarato inammissibile il loro ricorso. Scaglione, Romano e Tumminia, inoltre, erano stati licenziati dall'Agenzia delle entrate nel gennaio 2010.

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