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Omicidio Mazzè, confessione tra verità e bugie: "Ho sparato solo per legittima difesa"

PALERMO. Una confessione a metà strada tra verità e bugie. Questo il parere del gip Luigi Petrucci sulle dichiarazioni di Fabio Chianchiano, l’assassino reo confesso di Franco Mazzè nella drammatica domenica di sangue allo Zen. Rintracciato nel giro di poche ore dagli agenti della sezione omicidi della squadra mobile (guidata da Carmine Mosca), ha capito di essere stato incastrato. Le immagini delle telecamere che lo hanno ripreso mentre sparava non gli hanno dato scampo. E così ha ammesso l’assassinio, sostenendo però di avere sparato solo per legittima difesa.

 

Anche Mazzè era armato, lui dice, e lui ha reagito per non avere la peggio. Chianchiano ha inoltre negato qualsiasi coinvolgimento di Stefano Biondo ed afferma di avere utilizzato la sua macchina, una Panda blu, a sua insaputa. Dichiarazioni che, scrive il giudice, «contengono elementi di verità ed elementi di falsità. È molto probabile che l'omicidio sia maturato nel contesto di una sparatoria e non di un freddo agguato ad un soggetto inerme. Le indagini sul corpo della vittima e sui bossoli calibro 7.65 potranno fornire importanti lumi al riguardo».

 

Questo è il primo passaggio da chiarire. Perché questo proiettile calibro 7.65, per giunta inesploso? Chianchiano ha sparato con una calibro 9 parabellum, che lui stesso ha fatto ritrovare allo Zen subito dopo l’interrogatorio. Potrebbe avere utilizzato un munizionamento diverso, oppure c’è una seconda arma. Per terra non è stato trovato nulla ma d’altronde, ragiona il gip, non è stata rinvenuta nemmeno la bici elettrica che di sicuro aveva Mazzè quando è stato raggiunto dai proiettili.

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