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MAFIA A PALERMO

Dal boss Calascibetta al delitto Romano
Le verità di Galatolo sugli ultimi misteri

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Di un altro agguato più datato, quello di Francesco Paolo Gaeta, dà una versione diversa: «Non fu ucciso perché testimone del fallito attentato all’Addaura»

PALERMO.  Tre delitti irrisolti, tre misteri nella città in cui la mafia si è fatta più silenziosa ma non ha mai smesso di esistere, regolando i propri conti con calcolo, lucidità e precisione chirurgica e limitando al minimo gli scossoni inevitabilmente provocati dai fatti di sangue: parla anche di questo, il pentito Vito Galatolo, nei suoi interrogatori, resi ai pm della Direzione distrettuale antimafia.

E il suo contributo, ancora coperto dal massimo riserbo, apre nuovi scenari con riferimento a tre omicidi più o meno recenti: quelli di Davide Romano, sparito col metodo della lupara bianca e ritrovato incaprettato, nel bagagliaio di un’auto, il 6 aprile 2011, di Giuseppe Calascibetta, assassinato a colpi di pistola il 19 settembre dello stesso anno, e del recentissimo delitto che ha visto cadere, alla Zisa, il 14 marzo scorso, Giuseppe Di Giacomo, considerato un personaggio di spicco in Cosa nostra e fratello del boss detenuto Giovanni.

Non solo. Vito Galatolo parla anche di un omicidio per il quale fu processato e assolto: quello di Francesco Paolo Gaeta, assassinato l’1 settembre del 1992 e per il quale c’è una condanna definitiva all’ergastolo, riguardante Angelo Fontana, cugino di Galatolo, pure lui collaboratore di giustizia, ma caduto in disgrazia per alcune bugie conclamate, raccontate sul fallito attentato all’Addaura, contro Giovanni Falcone e i due giudici svizzeri che si trovavano con lui, Carla Del Ponte e Claudio Lehmann.

Fontana, che era stato condannato nel 2000 e aveva poi iniziato a collaborare nel 2006, aveva ricollegato l’eliminazione di Gaeta, pusher e tossicodipendente, proprio al tentativo di uccidere il magistrato poi fatto saltare in aria a Capaci. Una versione apparsa subito poco convincente, perché Gaeta, indicato come testimone casuale, quanto involontario, della collocazione dell’esplosivo sulla scogliera dell’Addaura, di fronte alla villa di Falcone, sarebbe stato ucciso perché avrebbe visto troppo. Non coincidevano i tempi, dato che l’Addaura è del giugno 1989 e il delitto è di oltre tre anni dopo: uno scomodo, potenziale testimone, sarebbe stato lasciato in circolazione per tutto questo tempo?

E poi Fontana aveva raccontato per filo e per segno la propria partecipazione all’azione contro Falcone: ma quest’anno si è scoperto che lui in realtà in quel periodo era detenuto negli Stati Uniti. Da qui la nuova versione di Vito Galatolo, che smentisce ulteriormente quanto raccontato dal cugino e ricostruisce responsabilità in un ambito che però è giudiziariamente blindato, perché per il delitto Gaeta e per quello di Agostino Noto ci sono assoluzioni definitive (dunque non modificabili), oltre che per Vito Galatolo, per Gaetano Fontana, Angelo e Stefano Galatolo, Salvatore Graziano, Salvatore Biondino e Domenico Caviglia.
Vito Galatolo sa molto su Gaeta e sull’omicidio di Davide Romano, torturato prima di essere ucciso all’età di 34 anni: sa qualcosa non de relato, ma direttamente, su quel fatto che segnò il ritorno ai tempi bui e al macabro rituale dell’incaprettamento. Romano, un passato vicino al mondo della droga e a quello della criminalità organizzata, era considerato vicino al clan del Borgo Vecchio. Sulla fine di Pino Calascibetta e di Giuseppe Di Giacomo il pentito, ascoltato dai pm Annamaria Picozzi, Dario Scaletta e Amelia Luise, ha notizie de relato. Ma anche in questo caso indica piste, scenari, mandanti e possibili esecutori materiali.

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