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L’INCHIESTA

Niente assenteismo, tre prosciolti al Policlinico di Palermo

Secondo la Procura uno dei tre imputati si dedicava alle attività della moglie, gli altri timbravano per lui. Il gup ha accolto le tesi difensive e li ha scagionati

PALERMO. La Cassazione aveva dato ragione all’accusa, ritenendo legittimo che il «reo» andasse a firmare in caserma. Il Gup invece proscioglie i tre imputati: niente assenteismo al Policlinico, niente «manine» da parte del garzone di un panificio, che si sarebbe sostituito a un impiegato di un ufficio amministrativo delle cliniche universitarie, strisciando al posto suo il cartellino magnetico segnapresenze.

Il giudice Daniela Cardamone accoglie le tesi difensive e scagiona gli impiegati Giovanni Nuccio e Massimiliano Di Lorenzo e anche Carmelo Pellegrino, dipendente di un forno di via Toti, che sorge proprio di fronte l’area Gestione economale e patrimoniale dell’Azienda ospedaliera. Nei mesi scorsi la Suprema Corte (e la sentenza aveva fatto scalpore) aveva ritenuto legittima la misura cautelare imposta a Nuccio: l’obbligo di firma in una caserma dei carabinieri di corso Calatafimi prima di entrare e dopo l’uscita dall’ufficio. Il sospetto di fondo — basato su una denuncia dell’ex direttore generale dell’azienda, Mario La Rocca — era che Nuccio, la cui moglie ha un’agenzia Tecnocasa, si assentasse per dedicarsi ad altro. Ma l’ipotesi si è rivelata infondata.

Al sistema del badge «strisciato» da una persona del tutto estranea all’ambiente di lavoro il tribunale del riesame, con una decisione confermata dalla Cassazione, aveva risposto con una sorta di rivoluzionario metodo antiassenteismo. Invece in udienza preliminare i difensori degli imputati, gli avvocati Francesca Russo e Vittorio Giralucci, hanno dimostrato che Nuccio e Di Lorenzo non evitavano di andare in ufficio né che ci andavano più tardi, scambiandosi favori tra di loro. La difesa è riuscita ad ottenere il proscioglimento dimostrando che l’ufficio aveva più ingressi e dava ai dipendenti la possibilità di entrare anche da un garage sotterraneo, in automobile. Mancava così la certezza delle truffe contestate agli imputati dal pm Fabiola Furnari. Da qui la sentenza di ieri di non luogo a procedere.

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