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MAFIA

Il racconto di un imprenditore: «Io, 18 mesi in cella e senza sapere perché»

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Si dice «ancora sotto choc» l’imprenditore Gioacchino Sapienza di Carini. Dopo otto anni gli sono stati anche restituiti i beni. Coinvolto nell’operazione «Occidente» contro il clan Lo Piccolo, fu accusato di concorso esterno, poi di essere un prestanome dei boss. E gli tolsero l’azienda

CARINI. Ha chiuso tutti i conti con la giustizia ed è tornato alla vita normale. Di anni, da quel giorno di fine gennaio del 2007, ne sono passati quasi otto: «Ero in albergo a Catania e quando bussarono avevo pensato che fosse successo qualcosa ai miei. Invece erano venuti per arrestarmi». Gioacchino Sapienza oggi ha 55 anni, è un imprenditore che lavora a Carini, nel settore del trasporto di alimentari e altra merce della grande distribuzione, ma dal 2007 fino alla definitiva assoluzione e alla restituzione dei beni sequestrati, è stato coinvolto nell’inchiesta e nel processo «Occidente». «Sono ancora sotto choc — dice l’ex imputato ed ex “prevenuto” —. Ho fatto diciotto mesi e 13 giorni di carcere, senza sapere perché».

Occidente fu un maxiblitz messo a segno dalla polizia, contro i clan della zona occidentale della città e della provincia, da San Lorenzo a Tommaso Natale, da Sferracavallo a Capaci, Carini e agli altri paesi dell’hinterland. Gli arresti furono 48, vennero anche sequestrati beni per 16 milioni: nei processi le condanne sono state una quarantina e oltre due i secoli di carcere inflitti dai diversi giudici che si sono occupati del caso. Dunque, nel complesso, l’inchiesta della Squadra mobile contro il clan Lo Piccolo era più che fondata. «Io però in cella venivo guardato strano — commenta Sapienza — nel senso che gli altri detenuti mi chiedevano cosa ci facessi io lì, cosa avessi da spartire io con gli altri, con loro... È il problema che mi pongo ancor oggi: ci fosse stato un motivo, se avessi commesso un qualsiasi crimine...».

La presunta vicinanza ai boss di Carini, il vecchio Giovan Battista Pipitone, la possibile commistione di interessi con il capomafia: queste erano le accuse contestate a Sapienza in base alle dichiarazioni dei collaboranti e su un dato come l’affitto di un capannone da parte dei Pipitone. Dopo l’arresto, però, il tribunale del riesame ritenne insufficienti gli indizi del concorso in associazione mafiosa e fondata invece l’accusa di essere stato un prestanome dei boss, dunque la fittizia intestazione di beni, aggravata dall’agevolazione di Cosa nostra.

Sapienza restò in cella e il 7 agosto del 2008 il Gup Sergio Ziino lo condannò a cinque anni, tornando alla vecchia ipotesi di concorso esterno, ordinandone comunque la remissione in libertà. Il 15 luglio 2010 l’assoluzione in appello, divenuta definitiva nei mesi successivi.

«Ma intanto andò avanti la misura di prevenzione patrimoniale — racconta ancora l’imprenditore — e soltanto nei mesi scorsi è arrivata la decisione di restituirci tutto, perché le attività, i proventi, le aziende sono risultate perfettamente in regola». Sapienza, assistito dagli avvocati Gioacchino Sbacchi e Jimmy D’Azzò, affrontò una lunga indagine condotta da un esperto nominato dalla sezione misure di prevenzione del tribunale, presieduta da Silvana Saguto, sulla «Sapienza Vito sas», sul «Centro distribuzione regionale srl-Carini», sulla «Sicilia distribuzione divisione logistica srl Carini» e sul «Gruppo Sapienza srl-Carini». «Trentasei anni di attività esaminate a fondo — spiega il titolare delle società — cominciando dal 1978, quando io avevo 19 anni: sono state analizzate tutte le dichiarazioni dei redditi, i movimenti bancari miei e di mio padre. È risultato che non c’era un solo centesimo di provenienza sospetta». Sapienza ha ripreso a pieno ritmo con la Cdr, che ha ereditato le attività del padre, oggi 83enne. La società distribuisce prodotti di aziende come Plasmon, Saiwa, Pampers, Carapelli, Omino bianco, Mulino bianco e tante altre. Con 50 dipendenti, 30-40 autotreni al giorno in movimento, con un indotto di 95 padroncini che lavorano con lui, con stabilimenti a Carini, Catania e Cosenza: «Ero fiducioso — chiosa l’imprenditore — speravo che leggessero le carte, e alla fine è andata così. Però rimane questa storiaccia, che non ho digerito. Non c’era motivo che succedesse tutto questo. Non c’era motivo».

 

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