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«Borsellino, i processi, gli errori commessi: no, la magistratura non vi ha riflettuto»

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Angelo Piraino, Costantino Visconti, Palermo, Analisi e commenti
Angelo Piraino con l'editorialista Costantino Visconti

Continua il viaggio del nostro editorialista Costantino Visconti, direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Palermo, attraverso i temi variegati della giustizia italiana. Dopo i dialoghi con Stefano Musolino, Giuseppe Pignatone, Marta Cartabia, Fiammetta Borsellino, Giuseppe Di Lello, Marcelle Padovani, Piero Grasso  e Francesco Musotto, avvocato, già presidente della Provincia di Palermo, è la volta di Angelo Piraino, consigliere della Corte d’appello di Palermo e segretario nazionale di Magistratura indipendente.
(Testo elaborato da Andrea Merlo)

Angelo Piraino, lei è consigliere della Corte d’appello di Palermo e segretario nazionale di Magistratura indipendente. Basterebbe questo a rendere la nostra conversazione ghiotta per una rubrica come la nostra che si propone di raccontare i grandi temi della giustizia italiana. Ma oggi, alla vigilia del trentennale della strage di via D’Amelio e all’indomani della controversa sentenza con cui per due poliziotti è stata decisa la prescrizione e per uno l’assoluzione nel processo per il depistaggio sulle indagini, non possiamo trascurare che lei è anche nipote di Paolo Borsellino.

A.P. «Sì, ha sposato mia zia Agnese, sorella di mio papà. Ho sempre preferito non parlarne pubblicamente per non confondere il mio ruolo professionale e anche associativo nella magistratura con i miei affetti e ricordi privati più cari».

C.V. Ma almeno qualcuno dei ricordi più belli con lui ce li può raccontare?

A.P. «Per tutti noi in famiglia lo zio Paolo era una fonte continua di divertimento, con lui anzitutto si rideva e giocava. Una calamita di eccezionale vitalità che amava stupire e divertire il prossimo, in particolare noi bambini. Ricordo ad esempio che aveva una vecchia Citroen, una di quelle col pianale che si poteva sollevare o abbassare: ne approfittava per caricarci a bordo facendoci credere che si trattasse di un’astronave»!

C.V. Però adesso parliamo col magistrato e col segretario di Magistratura indipendente, corrente in cui militava Paolo Borsellino e anche suo nonno Angelo Piraino Leto, che fu presidente del Tribunale di Palermo.

A.P. «Sì, Il nonno contribuì addirittura a fondarla. Lo zio Paolo in un certo periodo fu presidente del Consiglio nazionale di Magistratura indipendente».

C.V. Capisco che la domanda può essere imbarazzante, ma non ritiene che la magistratura non si sia mai davvero misurata con le vicende di via D’Amelio?

A.P. «Mi mette a disagio la domanda perché non è facile separare in me il magistrato dal nipote. Mi faccia, dire, anzitutto, che oltre l’affetto profondo, io nutro un’ammirazione straordinaria per i miei cugini Lucia, Manfredi e Fiammetta, per le loro coraggiose battaglie che condivido con tutto me stesso, per la grande dignità e il senso di libertà che esprimono. In loro, davvero, rivedo l’intelligenza, l’umanità e la tenacia sorridente del papà. Se potessi dare libero sfogo a quel che dice il mio cuore direi che lo Stato, che ha mandato al macello uno dei suoi migliori figli, si deve vergognare fintantoché non emergerà la verità. Quello che è stato fatto nei confronti di Paolo Borsellino, prima nei famosi 57 giorni successivi alla strage di Capaci e poi con le indagini e i processi su via D’Amelio, può essere comparato soltanto ai grandi misteri e depistaggi che ancora avvolgono le stragi neofasciste».

C.V. Mi perdoni, però devo insistere. Perché c’è una questione che riguarda specificamente la magistratura e che finora da voi non è stata mai veramente affrontata . Il punto è bene messo in evidenza, tra gli altri, dai libri appena pubblicati sulle stragi da Enrico Deaglio, Giovanni Bianconi e Piero Melati: «Il più grande depistaggio della storia della Repubblica», come lo ha definito il Tribunale di Caltanissetta, è stato messo in scena sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori. Com’è potuto accadere tutto questo? Non sarebbe stato legittimo attendersi una riflessione autocritica da parte della magistratura? Glielo chiedo stavolta nella veste di esponente di spicco della sua corrente. Magistratura democratica, per esempio, dopo la sentenza di primo grado del processo Tortora prese posizione e fece sentire la sua voce critica. Dovrebbero servire anche a questo le correnti, o no?

A.P. «No. Le correnti dovrebbero essere primariamente un luogo di elaborazione culturale. Anzi, per certi versi esse devono essere la mente critica della magistratura. Ma attenzione: non devono rifare i processi. Certamente questa vicenda però avrebbe dovuto servire a porci delle domande. Prima di tutto su quale debba essere il rapporto fra magistratura, forze dell’ordine e servizi segreti. Ma bisogna anche muoversi su più livelli. Da un lato, il problema della ricostruzione storica di quei fatti di cui dovrebbero occuparsi gli storici di professione o ancora meglio una commissione parlamentare. Dall’altro dovrebbe avviarsi una riflessione interna alla magistratura non per rifare i processi, beninteso, ma per capire quali sono stati quei fattori che hanno consentito che tutto questo potesse accadere ed evitare che in futuro possano essere commessi gli stessi errori».

C.V. Finora questo non lo avete fatto.

A.P. «No, non lo abbiamo fatto».

C.V. Cambiamo argomento. Proprio nel comunicato stampa in cui si dà la notizia della sua elezione come segretario di MI, vi auto-definite “corrente moderata”. Che significa? Ci sono forse magistrati non moderati o addirittura immoderati?

A.P. «Non mi piace mettermi in contrapposizione con i colleghi delle altre correnti. Tento di spiegare qual è la nostra posizione. Specie in un periodo come il nostro, in cui assistiamo ad una composizione complessa delle fonti del diritto, il magistrato può, più o meno consapevolmente, assumere la propria sensibilità personale o la propria visione della società come criterio per interpretare e applicare il diritto. Pensiamo ad esempio al ruolo che è stato assegnato alla Convenzione di Oviedo nella soluzione del caso Englaro. Una convenzione internazionale che diventa architrave di un ragionamento giuridico, consentendo di individuare un diritto fino a quel momento non espressamente riconosciuto dall’ordinamento. Il fine è anche nobile, però in questo modo si rischia di sovraccaricare la giurisdizione di funzioni che non le appartengono, colmando lacune normative oppure adeguando interpretativamente la legislazione al fine di rispondere a problemi o istanze che provengono dalla società, rimediando in molti casi all’inerzia della politica. Noi di MI invece pensiamo che sia giusto attribuire la responsabilità della scelta a chi istituzionalmente deve assumersela. Non possiamo sostituirci al Parlamento. Va bene denunciare le inadempienze del legislatore, ma non possiamo sostituirlo noi giudici. A monte sta un certo modo di intendere la giurisdizione, che non può essere uno strumento con cui affermare valori o principi in cui si crede. L’autonomia della magistratura sta nel suo essere soggetta soltanto alla legge. Se la legge diventa ciò che ogni singolo magistrato vuole che diventi anche in forza dei più nobili principi, allora non si è più autonomi».

C.V. Non crede che gran parte dei problemi della magistratura, della sua crisi di credibilità presso la pubblica opinione, derivino dalla sovraesposizione dei pubblici ministeri nell’agone mediatico?

A.P. «Forse questo è uno dei problemi, ma va ridimensionato. Non vorrei essere troppo tecnico, ma secondo me si tratta di una tendenza in qualche modo figlia della scelta legislativa di spostare il baricentro dell’azione del pubblico ministero sulla funzione inquirente invece che su quella requirente. Tento di essere più chiaro: oggi il pm deve preoccuparsi di dirigere le indagini, più che di verificare se il lavoro svolto dalla polizia giudiziaria sia stato svolto bene e se ci sono le condizioni per sostenere l’accusa. Bisogna poi prendere atto che buona parte della conflittualità fra politica e magistratura è dovuta al fatto che essendo del tutto teorica, se non addirittura illusoria, l’idea della obbligatorietà dell’azione penale, molto spesso le inchieste lasciano un certo sospetto di arbitrarietà: perché si persegue questo reato e non quell’altro? Di qui l’accusa nei confronti della magistratura di intervenire assecondando una propria visione delle cose, se non addirittura per ragioni politiche. Bisognerebbe che la scelta su quali reati perseguire sia svolta da un altro soggetto. Si tratti delle forze di polizia o, come proposto nella riforma Cartabia, dal Parlamento. E bisognerebbe quindi intervenire per bilanciare meglio il modo in cui il pm esercita le sue funzioni, piuttosto che pensare a inutili interventi per la separazione delle carriere. Poi, a monte dovrebbe essere portato avanti un serio impegno a ridurre il numero dei reati. Ma troppo spesso la stessa classe politica vede la norma penale come la risposta alle esigenze della società, assecondando un clima caratterizzato dal populismo penale».

C.V. La magistratura dopo gli ultimi scandali stenta a recuperare il credito perduto, dopo che per anni era stata vista –con un eccesso di aspettative – come un vero e proprio avamposto morale del Paese. Qual è il punto di vista di MI?

A.P. «Il ragionamento è complesso. Quel che a me in questo momento interessa è capire quali sono le cause profonde che hanno portato a tutto questo. Non possiamo accontentarci di individuare due o tre colpevoli e andare avanti. Bisogna guardare più in profondità. Se prendiamo la vicenda Palamara, noi dobbiamo interrogarci sul perché tanti magistrati perbene hanno a un certo punto cercato un’interlocuzione con Palamara o con figure come la sua capaci di svolgere un ruolo di “facilitatore” per promozioni e incarichi. Non erano mica tutte mele marce. Piuttosto io ritengo che sia il paniere ad essere sfondato. Perché, infatti, questi magistrati, anche valorosi, hanno avuto bisogno di rivolgersi a qualcuno dei loro colleghi del CSM chiedendo aiuto o protezione magari a scapito di altri colleghi? Perché quando non ci si può affidare alle regole, si cerca l’uomo, l’amico, il capocorrente. E infatti via via sono venute meno tutte quelle regole che consentivano di individuare chiaramente i criteri per l’assegnazione degli incarichi direttivi e semidirettivi, spalancando le porte all’arbitrio e favorendo rapporti di scambio e mercanteggiamenti. Bisogna fissare delle regole chiare e predeterminabili come ad esempio le fasce di anzianità e al contempo consentire deroghe per casi eccezionali».

C.V. Alla fasce di fasce di anzianità ha rinunziato lo stesso CSM, non lo ha imposto certamente qualcuno dall’esterno della magistratura. Insomma, siete voi stessi la fonte principale dei guai di cui parliamo oggi, a mio avviso. Non c’è forse un enorme problema etico-culturale da affrontare?

A. P. «Si, a condizione che tutti riconosciamo con convinzione che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura è una garanzia per i cittadini e la democrazia tutta, non della “corporazione dei giudici”. Ma non voglio sottrarmi alle nostre responsabilità di magistrati. Ad esempio – ma questa è una mia posizione personale – sarebbe bene darsi la regola secondo cui prima di potersi candidare per nuovi ruoli direttivi il magistrato deve avere già concluso il precedente incarico. Questo eviterebbe la rincorsa permanente verso nuove assegnazioni e imporrebbe una salutare pausa fra un incarico e un altro».

C.V. Per concludere, un consiglio letterario?

A.P. «Un libro da tenere sul comodino per rileggerlo sempre: Le memorie di Adriano della Yourcenar. Per me una miniera inesauribile di spunti di riflessione».

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