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A Palermo bar e ristoranti chiusi all'indomani del Dpcm: "Male l'asporto, la città si è svuotata"

La mattina dopo la messa in atto del nuovo Dpcm si contano molte saracinesche abbassate, spuntano i nastri per impedire l’ingresso ai clienti nei bar e sono tanti i dipendenti con le braccia conserte dietro ai banconi. Per la strada poca gente, e alcune piazze, come piazzetta Bagnasco e piazza Bologni, sono completamente deserte.

“Con il nuovo decreto la situazione va sempre peggio - racconta Giuseppe, che lavora nel bar di famiglia - ci siamo adoperati per lavorare solo con l’asporto, ma sta andando male. Non c’è nessuno in giro, la gente forse ha paura o non sa se i bar sono aperti o chiusi”.

“Ci stiamo adeguando al nuovo sistema - afferma poi Mauro, proprietario di una gelateria nei pressi del Politeama - cerchiamo di stare aperti per non perdere la nostra clientela e per offrire un servizio e tentare di andare avanti”.

Andrea lavora invece in una gelateria in via Maqueda, svuotata dal suo solito viavai: “È una realtà ben differente da quella che siamo abituati a vivere. Di solito fin dalle prime luci del mattino abbiamo un ritmo di lavoro molto elevato e invece adesso la situazione è brutta, il corso è vuoto”.

Andrea racconta inoltre che in tutta la giornata è riuscito a vendere solo caffè, un prodotto che non appartiene al settore per cui lavora, e che sicuramente non gli consentirà di sopravvivere a lungo. Come lui, Marilena sostiene che andando avanti così si potrà resistere pochissimo: “Noi vendiamo macedonie, estratti, ma l’asporto non sta funzionando e io sono preoccupata per i miei ragazzi, che se le cose dovessero andare male sarò costretta a lasciare a casa in cassa integrazione”.

“Ci proviamo", dicono tutti, anche Marco, l’ultimo dipendente rimasto presso una gelateria vicino i quattro canti, che transennata e con l’insegna esposta spera di attirare qualche cliente, anche se, come dice Marco, “la strada è deserta”.

“Abbiamo organizzato l’asporto, il gelato è a vista, speriamo che le persone non si arrendano di fronte alla situazione”. Sembra infatti che a lavorare di più siano le attività che non offrivano, anche prima del Dpcm, la consumazione al tavolo: fast food, un chioschetto di pannelle e crocché, un bar che vende solo arancine paiono essere i preferiti dai visitatori, forse anche per una questione di prezzo.

Qualche turista viene attratto poi da una pizzeria tutta vetri, dai quali si può avere immediatamente coscienza dei prodotti in vendita. I ristoranti invece, con gli ombrelloni chiusi in strada e i tavoli accatastati dentro, sembrano i più penalizzati, danno l’idea di essere chiusi, così come i grandi bar che pur offrendo tanta scelta ai clienti rimangono deserti perché l’unico affaccio sulla strada è una porta, o una piccola vetrina.

“Essendo un ristorante, nel menù abbiamo sempre dato poco spazio ai panini, gli unici che adesso riusciamo a vendere -  racconta Antonino, dipendente presso un ristorante in via Maqueda - abbiamo investito nella creazione di depliant, ampliato il menù, sponsorizzato il nostro ristorante su internet, ma le cose non vanno: fino alla settimana scorsa eravamo 12, adesso siamo in 3”.

Antonino a telecamere spente racconta poi che vendendo solo panini, a circa 8-10 euro ciascuno, per coprire le spese e tenere l’attività aperta occorrerebbe vendere un centinaio al giorno, obiettivo che pare giustamente impossibile. C’è da considerare, inoltre, che gli stessi dipendenti effettuano il delivery raggiungendo spesso zone lontane dal centro e che con la vendita di qualche panino non è detto che si riescano a coprire le spese della consegna. È poi Vito, che lavora in un bar del centro, a sollevare un ulteriore problema: “Siamo costretti a far allontanare i clienti affinché non si consumi nelle adiacenze”. Tocca infatti a una turista alzarsi dalla panchina posta in via Maqueda, appena di fronte il bar, per spostarsi poco più avanti per consumare la colazione che ha appena acquistato.

© Riproduzione riservata

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