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Quando il fascino d'Oriente sedusse Palermo: le "impronte" nei capolavori Liberty

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PALERMO. Quale opera in Europa potrebbe essere il simbolo del giapponismo? Forse l’«Autoritratto» di Vincent Van Gogh del 1888: il Giappone immaginato e mai visto era per lui fonte di ispirazione artistica ma anche interiore e, in preda a questa ricerca, decise di tagliare i capelli per somigliare a un bonzo buddhista.

Gli approfondimenti sul tema del giapponismo - cioè l’influenza che l’arte giapponese ha avuto sull’Occidente, in particolare sugli artisti francesi, coinvolse Monet, Manet, Degas, Whistler, Gauguin, Cezanne e Klimt, tutti chi più chi meno, per un periodo più o meno lungo, furono contagiati dal giapponismo e da quella fascinazione sfornarono oggetti d’arte e mercanzie nipponiche nelle loro opere, ripresero motivi e soggetti, o interiorizzarono il linguaggio figurativo della xilografia giapponese, innescando lo sviluppo di un linguaggio espressivo radicalmente nuovo.

Le arti e la cultura del Sol Levante, infatti, stimolarono un profondo rinnovamento dei repertori tematici con riflessi nella vita quotidiana delle persone. Un esempio su tutti: la diffusione del ventaglio nella seconda metà dell’Ottocento, come aggeggio di seduzione femminile.

Palermo non si sottrasse a questi influssi: lo spiega nel volume «Liberty e Giapponismo. Arte a Palermo tra ’800 e ’900» appena pubblicato da Silvana Editoriale, la storica dell’arte Daniela Brignone: le sue pagine prendono in esame il movimento del liberty a Palermo da un inedito punto di vista, cioè quello dei rapporti con il giapponismo e, in particolare, l’influenza che quest’ultimo ha prodotto sugli artisti e sugli architetti - Ernesto Basile, Rocco Lentini, Ettore De Maria Bergler - che hanno operato a Palermo nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento, affondando le radici nella tradizioneUkiyo-e, la raffinata tecnica giapponese, che consisteva in stampe multicolori con l’utilizzo di stampi in legno finemente incisi.

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