Quando tutto partì da una Washingtonia, una mostra a Palermo

PALERMO. Tutto partì da una Washingtonia. Una palma, insomma, con le foglie lanceolate, che sembrano fendere come pugnali, l’aria. E’ stata questa la pianta che ha fatto innamorare Alessandra D’Urso, fotografa milanese trapiantata a Parigi, innamorata però della Sicilia. La Washingtonia viveva tranquilla all’Orto botanico, qui l’ha rintracciata la fotografa che si è lasciata affascinare dalle famose foglie. Da lì alle altre piante, alle carnose, ai Ficus lucenti, il passo è stato lieve, scandito da scatti veloci e mai tristi.

E a chi pensava che la Polaroid servisse solo per le foto di famiglia, Alessandra D’Urso dà una lezione di vita: utilizzando una deliziosa quanto introvabile Polaroid 195 Land, con filtri particolari e lenti ingranditrici, è riuscita a dar corpo e vita a immagini che sezionano la natura e la riconsegnano come se fosse una tela. Scatti e immagini splendide che formano la mostra “Primordiale” aperta da oggi alla Cappella dell’Incoronazione spazio espositivo del Museo Riso.

Presentata dalla direttrice Valeria Patrizia Livigni nell’ambito delle attività multidisciplinari del Museo, la mostra si basa sulla ricerca assolutamente personale della D’Urso. Che ha fatte sue le esperienze e gli studi di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson e Josef Koudelka – la fotografa ha passato pomeriggi interi a Parigi spulciando i loro archivi -  per poi riversarli in queste foto in un distinto quando suggestivo bianco e nero. Inteso come mancanza/assenza di ombre, e dunque come esagerazione cromatica.

“Per me la fotografia è un mezzo per capire ed accettare il mondo – spiega Alessandra D’Urso – una scusa per viaggiare ed incontrare le persone più incredibili. la luce è fondamentale, tutto viene trasformato dalla luce. Vedo il mondo in bianco e nero, eliminando il colore, posso concentrarmi sulle ombre e sulle forme. Sottraggo alcune cose per metterle altrove, per avvicinarmi alla sostanza più vera”.

Ed eccole, le immagini: punte e frecce che tendono verso il cielo, artigli vegetali che decidono di staccarsi dal mondo ed avviare un loro personalissimo discorso con ciò che sta più in alto. Una sorta di istinto quasi religioso che riporta le piante ad un universo altro, lontano per fortuna delle brutture del mondo animale circostante. Accanto alle Polaroid – che somigliano a piccoli quadri d’autore, miniature leggere con la leggerezza degli acquarelli della fine del secolo scorso – ecco le foto più importanti, stampate su una carta che sa di antico. E si ricollega a quella lontana visita all’Orto Botanico, da cui ha preso il via il progetto, “primordiale” appunto, vecchio perché antico e non il contrario. “La visita all’Orto Botanico non era stata pianificata – racconta la fotografa -, mi sono ritrovata lì per caso, in novembre, camminavo per ore, da sola, per i viali, scattavo ora qui ora là, pianta dopo pianta, senza un filo conduttore. Poi rivedendo le foto, ho trovato il perché nella ricerca delle origini in una città che è già di per sé, caos”.

Per Alessandra D’Urso, “Primordiale” è la sintesi della perfezione della natura nelle sue forme precise, feroci, è un lavoro che apre alla riflessione sulla piccolezza dell’essere umano di fronte all’universo e alla natura. La fotografia è lo strumento per capire ed accettare il mondo. La mostra sarà aperta fino al 7 dicembre, dal martedì al venerdì, dalle 10 alle 20 tutti i giorni. Biglietti: 6/3 euro. Servizio di Simonetta Trovato

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