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L'INTERVISTA

Sabatini a Palermo: la lingua cambia ma con giudizio

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intervista, lingua, Palermo, Società
Il linguista Francesco Sabatini con le professoresse Iole Ciaccio e Maria Greco che lo hanno invitato a Palermo

PALERMO. Un gruppo di amici, a Firenze, che decidono di chiamarsi «brigata dei crusconi», fa pensare ad Amici miei. Invece qui, nella seconda metà del XVI secolo, si giocava con le parole: e quei giocherelloni, affibbiandosi quel nome, manifestarono la volontà di differenziarsi dalle pedanterie dell'Accademia fiorentina, alle quali contrapponevano le cruscate, cioè discorsi giocosi e conversazioni di poca importanza. Come simbolo dell'Accademia scelsero il frullone, lo strumento che si adoperava per separare il fior di farina dalla crusca, e come motto il verso del Petrarca «il più bel fior ne coglie». Da secoli i cruscanti, i guardiani della lingua, separano la buona lingua (la farina) dalle impurità (la crusca). Ieri Francesco Sabatini, linguista e presidente della Crusca dal 2000 al 2008, ha presentato il suo libro Conosco la mia lingua (Loescher) ai docenti, con il testa il dirigente scolastico Iole Ciaccio e la professoressa Maria Greco, e agli studenti dell'Istituto «Buonarroti».

Domanda inevitabile: l'accoglienza calorosa di «petaloso» da parte dell'Accademia ha creato un precedente pericoloso, tutti possiamo diventare potenziali diventiamo inventori di parole.
«Sono stati i giornali ad aver montato un caso. Non c'è alcun decreto della Crusca ma solo le parole di una nostra collaboratrice che sono servite a incoraggiare un ragazzino, a spingerlo verso la libertà e la creatività linguistica. I ragazzi, almeno fino a 10 anni, inventano parole quotidianamente, un po’ per gusto, un po’ perché devono familiarizzare con la lingua».

«Il commissario Montalbano» inchioda milioni di telespettatori, da nord a sud, davanti al video, nonostante il dialetto.
«I dialetti rappresentano una realtà storica importante, sono parlati da metà della popolazione, hanno funzioni limitate dal punto di vista pratico, mentre da quello espressivo possono avere una vita lunghissima, attraverso il teatro, le canzoni, la poesia, i racconti. L'operazione di Camilleri è
stata intelligente ma a un certo punto è diventata ripetitiva. Un amico linguista mi ha chiesto una volta cosa significava “viddraano” in siciliano. Non ho saputo rispondere, poi ho capito che stava lì per «villano». La colpa non è di Camilleri, è il limite del dialetto che si parla ma è difficile da
scrivere a meno che non si trascriva foneticamente. “Viddrano” è il tentativo di rendere una pronuncia, ma così si tradisce il siciliano, lasciando circolare una parola inesistente».

Per restare nell’Isola: la sua posizione sul genere di arancino/arancina.
«Non sapevo nulla di questa competizione. Se devo schierarmi, preferisco un uso al maschile, come Gli arancini di Montalbano. Provo a riflettere: viene da arancia, è vero, ma i diminuitivi diventano maschili».

Sembra che l'inglese zittisca l'italiano e si infili nella nostra vita di tutti i giorni. Perché questa sorta di servitù volontaria?
«L'importante è non esagerare e utilizzare termini inglesi solo quando in italiano non c'è il corrispettivo. Il problema è che si usa l'inglese per pigrizia: “stepchild” vuol dire figliastro, “gate” è cancello, eppure preferiamo la forma inglese. Poi si aggiunge l'esibizionismo, anche se nel
pronunciare o nello scrivere un vocabolo inglese spesso si sbaglia. Voi giornalisti, mediatori della comunicazione, dovreste fare da filtro e non accompagnare quest'uso. Insomma, siete colpevoli...».

Al contrario, cosa spinge la diffusione dell'italiano nel mondo, la nostra diaspora o la nostra cultura?
«Per molto tempo abbiamo trascurato la politica linguistica all'estero, per i motivi già espressi, esibizionismo e pigrizia, altrimenti non si spiegherebbe perché i nostri politici, in luoghi dove è presente l'interprete, si ostinano a sfoggiare un pessimo inglese. Un modo per essere servili ed esibizionisti: un'accoppiata micidiale».

Il politichese è un mondo a parte, lontano dalla gente, con gli stupri sintattico-grammaticali che fanno a gara con la surreale demenzialità dei contenuti, e con un effetto degno del migliore Totò.
«Ho letto di recente un notevole “gestire la condivisione per stabilire regole condivise”, in un documento destinato agli insegnanti. Esorto tutti a rispedirlo al mittente».

Lei appoggia la presidente Boldrini nella sua battaglia contro il sessismo linguistico? Parole come ministra, sindaca, architetta, ingegnera sono farina o crusca?
«Sì, condivido. Per evitare di offuscare la presenza delle donne in alcune funzioni: mancando il termine al femminile, infatti, si potrebbe pensare a una inadeguatezza. Se esistono cameriere/cameriera, cassiere/cassiera, infermiere/infermiera, ragioniere/ragioniera, per quale motivo non dovrebbe esserci ingegnere/ingegnera?».

Perché è una professione «alta». Troppo per una che deve (scegliere) di essere anche mamma...
«A volte sono le stesse donne a non volerne l'uso: chi si farebbe costruire un ponte da un'ingegnera? Invece la lingua è a disposizione, bisogna abituarsi all'uso del femminile. Un titolo come quello che ho letto su un quotidiano: “Il marito del sindaco...”, e si trattava di una donna, lascia perplessi. Sindaca sarebbe stato opportuno».

Il suo «Pronto soccorso linguistico» televisivo è molto seguito: quali sono gli errori più comuni?
«A parte accenti e apostrofi, credo che le difficoltà maggiori le diano le costruzioni dei verbi, se transitivi o intransitivi, se vogliono o meno accanto una preposizione. Spesso nel parlato veloce commettiamo degli errori ma nello scritto non si può».

Ah, la scuola...
«È un prodotto dell'università. Le scienze del linguaggio nella cultura italiana sono entrate con ritardo, la linguistica sembrava una materia per letterati. Nella scuola è tutto lingua, ogni disciplina serve a esercitare la capacità cognitiva del linguaggio, che è una macchina per capire.
Mancando questa preparazione nei docenti la scuola fatica a preparare all'uso della lingua».

Cosa non va nell'insegnamento dell'italiano a scuola?
«La scuola è la sede in cui si passa dall'uso orale, spontaneo e ambientale, all'uso orale più complesso o scritto. La primaria ha abbandonato il suo compito vero, quello di esercitare alla lettura, alla scrittura, mediante le mani e con riflessione. È stato un errore introdurre il metodo globale che viene dal mondo anglosassone, dove non c'è la corrispondenza tra fonema e grafema, per cui le parole non si pronunciano come si scrivono. Il nostro cervello è predisposto ad acquisire involontariamente la lingua parlata: un bambino a quattro anni è già capace di
padroneggiarla. I segni grafici, invece, sono un'invenzione dei fenici, il cervello non è tarato per la scrittura involontaria, l'apprende lentamente, utilizzando un emisfero diverso, quello destro, rispetto a quello del parlato che è il sinistro. I cinque anni della scuola primaria servono ad
abilitare questa parte e l'attività grafica manuale è fondamentale».

Aiutano la capacità di sintesi ma massacrano l'ortografia: i social fanno bene alla lingua?
«Le tecnologie, a partire dal fuoco, sono importanti, ma non vanno enfatizzate. Sono strumenti che velocizzano la ricerca, permettono di vedere ma non di pensare. Quindi, attenzione. Le abbreviazioni, invece, sono sempre esistite, nel Medioevo servivano a far risparmiare pergamena a lavoro al copista. Ma non possiamo perdere il contatto con la parola estesa».

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