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LA NOTA

Termini Imerese, Albanese (Sicindustria): "Basta cassa integrazione"

“Prendiamo atto dell’ultimo progetto Smart Utilities District presentato per il rilancio dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese, sperando che questa volta la precondizione sia la produzione e non il mantenimento della cassa integrazione”. Lo dice il vicepresidente vicario di Sicindustria, Alessandro Albanese, che lancia un monito.

Si faccia tesoro dell’esperienza e del passato. Finora infatti tutti i tentativi portati avanti con la regia di Invitalia sono falliti nel peggiore dei modi: dal finanziere Simone Cimino con gli indiani della Reva a Corrado Ciccolella che voleva piantare fiori al posto delle linee di montaggio; da Massimo Di Risio con la Dr Motor a Gian Mario Rossignolo che intendeva produrre a Termini i mini Suv. Non ultima la Blutec che, nel 2017 sembrava avere tutte le carte in regola e alla quale Invitalia aveva concesso un finanziamento da 20 milioni di euro. Sul come siano stati utilizzati questi fondi ormai indagano pm e finanza. Tutti flop incasellati negli anni, alcuni dei quali finiti in guai giudiziari, altri scomparsi nel nulla. E, nel frattempo, sono stati spesi 100 milioni per garantire da quasi dieci anni la cassa integrazione che, a volte, sembra essere stato l’unico reale interesse da tutelare. Si abbia ora la forza di trovare aziende in grado di creare produzione e occupazione vere. I sindacati per primi pretendano che chiunque abbia un progetto d’investimento per l’area di Termini Imerese inizi facendo assunzioni e non cercando di protrarre, ancora chissà per quanto tempo, una situazione di precarietà che continua a svuotare le casse pubbliche, mortificando e depauperando la cultura imprenditoriale di un intero territorio. Chi si candida per fare impresa inizi col piede giusto e anche le agevolazioni garantite da Stato e Regione vengano concesse sulla base della produzione e dell’occupazione creata. Se non ci sono queste premesse allora si cambi completamente strada. La storia degli ultimi dieci anni a Termini Imerese è infatti uno schiaffo all’impresa, alla produzione e al lavoro”.

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