L'INTERVISTA

Tra il nuovo film e le feste a Bagheria passato e presente di Tornatore

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Qui mi fermano senza mai essere invadenti, è bello scambiarsi gli auguri nel corso Umberto che fu tra le prime isole pedonali d’Italia

Toglie il freno a mano, mette la sesta e va. Divora i metri e le curve, vira nel suo senso prediletto, sminuzza e tritura ricordi, racconti, aneddoti. Andare per anni su e giù per corso Umberto, a Bagheria, gli ha permesso di imparare ciò che il mondo non gli avrebbe mai insegnato, perché in uno spazio piccolo è più chiaro il rapporto tra bene e male, essere e apparire, sogni e delusioni.

Ed è qui che torna a Natale. Ma questa volta Giuseppe Tornatore l'ha combinata grossa. Arrivato dall'aeroporto, prima di andare a salutare la mamma, si è permesso di passare da casa sua, giusto il tempo di depositare i bagagli. E lei, la mamma, si è quasi offesa: «Io vengo soprattutto per lei - spiega seduto sul divano bianco del suo appartamento al primo piano di un palazzo settecentesco, ovviamente stupendo, una carezza tra tanti schiaffi - e la prima cosa che faccio è salutarla.

Natale è un rito da trascorrere qui, a Bagheria. Vedo gli amici, in paese mi fermano, ma senza essere mai invadenti, è piacevole scambiarsi gli auguri, stringersi la mano. Quelli dai 30 anni in su li riconosco anche, dai 30 in giù, invece, faccio più fatica...».

Lui «Baarìa» l'ha già raccontata in 150 minuti, dall'innocenza alle bustarelle. Dagli stracci dei braccianti ai i cappelli dei padroni. E lo ha fatto col suo «inganno» preferito, il cinema: sono passati 120 anni da quando le prime retine hanno ricevuto quel cumulo di input visivi, li hanno trasmessi al cervello che poi li ha raccontati al cuore.

E lui gli auguri li fa così, con il suo Oscar: «A distanza di quasi 30 anni tutti mi chiedono di Nuovo Cinema Paradiso, ho capito che il mondo è popolato da migliaia di Totò. Perfino il doganiere dell'aeroporto di New York - al termine di quelle infinite file che sopporti giusto se le paragoni all'accoglienza riservata agli immigrati a Ellis Island - leggendo il mio nome pronunciò il titolo del film. Non mi spiego questa lunga vita».

Per lui il cinema è un modo di vedere, prima ancora che di raccontare, o spiegare, o capire. Lo deve al padre, comunista, che a 5 anni lo portò a vedere Uno sguardo dal ponte, cioè Vallone, Sorel e una storia di immigrazione.

È andato via tardi da Bagheria, a 27 anni, quindi, con i vizi del siciliano già ben sedimentati.
«Infatti, non mi sono salvato».

È stato anche consigliere comunale...
«Sì, dal'79 all'84, nel PCI, sempre all'opposizione, capogruppo Giuseppe Speciale, una figura eccelsa di uomo politico. Sosteneva: "Corriamo il rischio che Bagheria si trasformi nel quartiere dormitorio di Palermo". Sembrava fantasia, invece...».

E per scongiurare questa fine, lei cosa ha fatto?
«Quello che si poteva fare. In cinque anni con la nostra intraprendenza abbiamo portato avanti azioni concrete. Due in particolare: l' istituzione dell' isola pedonale in corso Umberto - non ricordo a quei tempi esperimenti del genere neppure nelle grandi città- che molti ritenevano una follia e che impauriva i commercianti. Ebbe successo ed esiste ancora. E poi ci siamo battuti per gli accessi pubblici al mare: individuammo tratti dico sta non cementificati e facemmo un programma di 12/13 accessi, chiedendo una manutenzione costante. Altre lotte non diedero frutti tangibili ma furono di argine rispetto a iniziative irragionevoli per il tessuto sociale del paese».

Bagheria è più una città d'arte odi scempi?
«Mi chiedo come sarebbe potuto essere questo paese, se avesse avuto la cognizione della sua bellezza, se ci fosse stata l' intelligenza e la volontà di proteggerla, di difenderla, di basare l' economia sul godimento del bello. La potenzialità ci sarebbe ancora, nonostante la bellezza oggi sia circondata da un disegno urbanistico non particolarmente attraente».

Giorni d'attesa. Il 14 gennaio uscirà «La corrispondenza», il suo nuovo film, ambientato in Inghilterra, protagonisti Jeremy Irons e Olga Kurylenko. Un amore nordico e appassionato, un incontro che salva entrambi. Ci dica qualcosa, senza depistaggi...
«Nasce da un' idea incubata per 15 anni, ma all' epoca sarebbe sembrata, non a torto, fantascienza, e non era la prospettiva giusta. L' ho tenuta nella "stalla" a maturare. In questi anni le cose attorno a noi sono cambiate, la tecnologia si è evoluta, fino a rendere realistica la storia. C' è un amore importante, assoluto, tra due persone con una grande differenza d' età, c' è il dolore dell' abbandono e c' è una risoluzione dell' abbandono, attraverso un' idea fondante. Starà pensando che mi esprimo come un sospettato interrogato dai carabinieri che cerca di non rispondere alla domanda "dove è stato tra le 22 e le 23 la notte scorsa", lo so».

Più o meno...
«Aggiungo: è una storia sull' amore che non conosce ostacoli di nessuna natura, sulla forza di questo sentimento così grande e misterioso. Originariamente prevedeva un protagonista maschile e diversi personaggi femminili, poi l' ho rimodellata solo su due personaggi. Una giovane studentessa universitaria impiega il tempo libero facendo la stunt: le sue specialità sono le scene d' azione, le acrobazie, le situazioni di pericolo che nelle storie di finzione si concludono con la morte del suo doppio. Un giorno il professore di astrofisica di cui è innamorata sembra svanire nel nulla ma continua a inviarle messaggi».

Ma lei cos'è l'amore, questo mistero dei misteri, l'ha capito o no?
«Assolutamente no. Sono in buona compagnia, ci hanno provato in tanti, da Platone a Crepet, ma è impenetrabile. Mi sono divertito a cercare su internet chi ha scritto trattati sull' argomento e ho trovato il mondo: Stendhal, Plutarco, Herman Hesse. Inutilmente».

Come fa a convincere i grandi attori a lavorare per lei? Ne ha inanellati una sfilza, da Polanski a Mastroianni, da Noiret a Depardieu, a Irons...
«È un privilegio costante. È successo che durante la scrittura pensassi a un attore, e che lui, dopo aver letto il copione, mi dicesse subito sì, perché captava la struttura della storia e quanto quel personaggio fosse stato inventato tenendo in filigrana il suo sguardo, la sua fisicità».

Jeremy Irons ha detto di amare i registi che si innamorano di un progetto.
«Sì, ha in simpatia i registi che vanno in giro con un progetto sotto braccio e non si fermano se prima non riescono a realizzarlo. Irons è di quelli che si sentono attirati da quel legame assoluto che si crea trail regista e la storia che vuole raccontare».

Come sta aspettando il fatidico 14 gennaio?
«Adesso sono tranquillo e rilassato. Ho consegnato il master del film - una volta si sarebbe detto la copia - non è più possibile intervenire, quindi mi sento alleggerito. È finita una fase lunga due anni ma si sta per aprire quella della promozione del film, con le interviste, con la volontà di accontentare tutti diversificando magari i contributi. È un periodo tosto. E poi iniziano gli incontri con i giornalisti, le verifiche: è lì che ti rendi conto cosa del tuo lavoro è arrivato come volevi tu, quali elementi hanno acquisito forza, come il film sa muoversi da solo. Quindi ecco il giudizio del pubblico, dallo spettatore più ingenuo e generoso, a quello più spietato. Spesso mi sento chiedere da un amico: "Ma tu, in una frase, come spiegheresti cosa hai voluto raccontare?". E non so rispondere. Invece ti arriva la domanda di uno spettatore che con sei parole messe in fila ti fulmina, trovando quella frase che io ho inutilmente cercato. Il cameriere di un ristorante romano, una volta, mi disse, riferendosi a La migliore offerta:"Se tu sei innamorato di una ragazza, anche se lei ti rovina, continuerai a volerle bene". Usò termini più coloriti, ma il senso era perfetto».

Le manca la pellicola, perfino quella sfocata e traballante?
«Sì, sarà sempre nel mio cuore, ma devo riconoscere i vantaggi del digitale durante le riprese, mentre della manualità della pellicola sento l' assenza in sala montaggio. La tecnologia ha accorciato i tempi di realizzazione, semplificato certe problematiche e reso i costi più sostenibili. Ventisei anni fa fu Gabriel Garcìa Màrquez a spingermi all' uso del computer mentre io orgogliosamente resistevo alla macchina da scrivere. Cambiano iriti, i ragazzi vedono da soli i film, poi si confrontanovia web perché è questo il loro modo di vivere insieme. La tecnologia ha sovvertito tutto, ma non sempre in peggio, bisogna essere onesti».

Neppure un granello di polvere di Sicilia nel suo nuovo film, sembra essersi esaurita con «Baarìa» la sua vena siciliana. Lo dica con sincerità: non pensa mai a un film ambientato nella Sicilia d'oggi?
«Non si sfugge all' orizzonte cinema/mafia. Vorrei una prospettiva più articolata, più originale, non più in chiave personale ma oggettiva. Per il momento lascio riposare la vigna nell' attesa di un grappolo nuovo».

 

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