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Palermo, gli affari legati alla cocaina e la gestione affidata a Di Fede

Nuove conferme arrivano dalle dichiarazioni del collaboratore Montalbano pure sul ruolo del boss di Brancaccio Guttadauro

Da sinistra Rosario Montalbano e Maurizio Di Fede

Il punto di riferimento della cocaina per il mandamento di Brancaccio, a Palermo, era diventato Maurizio Di Fede, detto Ciuffetto, recentemente condannato a 17 anni e 4 mesi nel processo nato dalle operazioni Stirpe 1 e Stirpe 2 su mafia, estorsioni e traffico di droga. La sua scalata gli aveva permesso di raggiungere i più alti gradini della scala gerarchica, diventando una figura di primo piano, ma nei suoi confronti c’erano state alcune lamentele tanto che il boss Giuseppe Guttadauro e suo figlio Mario, attualmente in carcere, erano pronto a «vattiarlo», cioè a rimproverarlo. A svelare il retroscena al procuratore aggiunto Marzia Sabella e al sostituto Francesca Mazzocco della Direzione distrettuale antimafia, è stato il nuovo pentito Rosario Montalbano nel corso dell’interrogatorio in cui ha parlato degli intrecci del clan tra le richieste di pizzo ai commercianti e i guadagni legati agli stupefacenti.

Un business a cui avrebbe partecipato anche «u dutturi», così come è soprannominato Guttadauro perché faceva il medico all’ospedale Civico: due anni fa venne intercettato mentre dava lezioni di mafia al figlio, per la Procura era la prova che, scarcerato nel 2012 e trasferitosi a Roma, non aveva mai reciso i suoi legami con Cosa nostra. «In quel momento Guttadauro aveva un ruolo?», è stata la domanda degli inquirenti a cui il collaboratore di giustizia ha risposto in maniera affermativa aprendo un altro possibile filone investigativo: «Si, certo che aveva un ruolo – aveva confermato Montalbano -. Ma lui sempre lo ha avuto un ruolo. Io quando fu che ho fatto parte di questa cosa, a me Giuseppe Di Fatta mi ha detto: lo sapi puru u dutturi... perciò se non ha un ruolo, che senso ha andare a dire: u sapi puru u dutturi. Perché lo deve andare a sapere?».

I picciotti avevano fatto presente che la gestione degli affari legati alla cocaina da parte di Di Fede - figlio di Lorenzo, defunto reggente della famiglia mafiosa di Roccella – lasciava a desiderare. Per prima cosa non aveva ancora procurato le schede «pulite» da inserire nei telefoni cellulari che dovevano servire per non farsi rintracciare dalle forze dell’ordine e poi, fatto ancora più grave, il rifornimento di cocaina calabrese tardava ad arrivare. «Ci avevamo noi disguidi con Maurizio Di Fede – ha raccontato Montalbano - perché ci diceva che ci doveva fare, dare, ci doveva capitare diciamo il materiale, la cocaina, e ci prendeva sempre tempo, e noi la andavamo a prendere tipo a 42, 43... l’andavamo a prendere cara. Perché lui temporeggiava».
Alla fine a spifferare tutto ai Guttadauro era stato Mimmo Macaluso, un affiliato da sempre molto vicino ai due: «Ora dice va a parru direttamente dice cu chiddu dda ncapu (Vado a parlare direttamente con quello di là sopra, ndr)», aveva riferito Montalbano aggiungendo che l’amico gli aveva confidato che l’incontro sarebbe avvenuto quando Guttadauro senior tornava da Roma per trascorrere qualche giorno a Bagheria. Ed in effetti il summit ci fu: «Mi venne a dire: parravu cu dutturi – è ancora il pentito a rivelare -. Ci dissi: e chi ti dissi? Chiddu u voli vattiari, u voli trattari male (rimproverare, ndr)». Alla fine, dopo l’intervento di Guttadauro, Montalbano ha spiegato ai magistrati che la situazione era davvero cambiata: «Maurizio (Di Fede, ndr) andò a mettere i suoi impegni per farci capitare la cosa (la cocaina, ndr)».

Nella foto da sinistra Rosario Montalbano e Maurizio Di Fede

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