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«U nicu»? Non c’è la prova che sia Massimo Mulè: annullato ordine di custodia del boss di Palermo centro

I magistrati ritengono che controlli lo spaccio di droga a Ballarò e alla Vucciria, ma le deduzioni sulle intercettazioni sono state contestate dalla difesa. Il tribunale del riesame ha accolto la tesi dei legali

Massimo Mulè

Il tribunale del riesame di Palermo, presieduto da Giangaspare Camerini, ha annullato l’ordinanza cautelare in carcere nei confronti di Massimo Mulè, ritenuto boss di Palermo Centro coinvolto nell’operazione Vincolo dello scorso 17 luglio.

Il provvedimento è stato emesso per «carenza di gravi indizi di colpevolezza» L’indagato, secondo la procura, avrebbe gestito la piazza di spaccio di Ballarò. I giudici hanno accolto le tesi degli avvocati Giovanni Castronovo e Valentina Clementi, che difendono Mulè. Le accuse contro di lui sono basate su una serie di intercettazioni in cui si fa riferimento a «u nicu» o «iddu», deputato a dare l’autorizzazione per potere spacciare non solo tra i vicoli di Ballarò, ma anche della Vucciria. I difensori dell’indagato hanno sostenuto però che il nome di Mulè non verrebbe mai pronunciato e che l’ipotesi che quei soprannomi fossero attribuibili a lui non sarebbe sostenuta da prove sufficienti.

Secondo gli avvocati, l’identificazione dell’indagato con questi nomignoli era frutto di congetture investigative, non basate su gravi indizi. Da qui l’ordinanza di annullamento della custodia cautelare.

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