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Le carte dell'inchiesta sul clan di Pagliarelli, «Buscetta era uno che aveva gli attributi...»

Le intercettazioni, dopo il blitz che che mercoledì ha mandato agli arresti sette presunti affiliati del clan di Rocca di Mezzomonreale

Un incontro a tre fra uomini del mandamento di Pagliarelli

C’è lo statuto scritto, i padrini vecchio stile ed i rimpianti della stagione d’oro della mafia che fu. Anni ‘80 e ’90 in cui una controversia come quella che stava distruggendo la famiglia di Rocca Mezzomonreale si sarebbe «risolta in due ore... c’erano altri cristiani», sottolinea il padrino, alludendo alla differente caratura dei mafiosi dell’epoca rispetto a quelli attuali. Masino Buscetta era ritenuto «uno con sette paia di pa...» dal nonno di Badagliacca che l’aveva incontrato più volte. Ora non è rimasto niente, ma il codice d’onore sopravvive e va rispettato. «Quel foglio è una faccia del doppio modello organizzativo di Cosa nostra nell’area nevralgica di Palermo. È solo una faccia, quella che si ripete nel tempo. L’altra cambia espressione a seconda del momento», si legge nell’ordinanza del gip Lirio Conti che mercoledì ha mandato agli arresti sette presunti affiliati del clan appartenente al più vasto mandamento di Pagliarelli. Una cosca prima potente e rispettata messa a dura prova dalle tensioni tra il capomafia Pietro Badagliacca ed il nipote Gioacchino. La proprietà di un parcheggio che diventa il ring per lo scontro sul potere e sulla stessa sopravvivenza della famiglia. Recriminazioni, analisi da amarcord sul prima e dopo l’avvento dei corleonesi. Valori perduti nella pochezza di uomini d’onore «nichi, nichi». La fine di Cosa nostra tradizionale e la difficoltà di mantenerne in piedi la bandiera emerge dalle carte dell’inchiesta avviata dai carabinieri e coordinata dai sostituti procuratori della Dda, Dario Scaletta e Federica La Chioma.

Cosa resterà di quegli anni ‘80

La musica è finita, gli «amici» se ne vanno. Parafrasando la famosa canzone e adattandola come sottofondo agli sfoghi tra due indagati, il senso di perdita e di rimpianto sembra pienamente centrato. Gli amici non sono quelli della festa in spiaggia, ma i consociati della mafia e la musica non viene dai dischi ma dal rumore dei colpi di fucili e pistole. Ora, intanto, «ho capito che non è più tempo di sparare. Altri quattro pazzi che gli sono andati appresso (a Riina), però ti dico una cosa: ce n’è gente in galera che dice: Ah, come ci siamo consumati completamente», commenta un sodale. I due interlocutori criticano la gestione crudele inflitta all’associazione dal capo dei capi che, a loro dire, aveva, al pari degli organi inquirenti, contribuito a distruggere Cosa nostra, ripetendo le considerazioni espresse da Tommaso Buscetta nel confronto con Riina nel corso di un’udienza del Maxiprocesso.
Anello criticava aspramente la strategia di ordinare l’omicidio dei familiari del boss di Brancaccio ancor prima che questi si pentisse, nella considerazione che tale decisione in nessun modo avrebbe potuto prevenire l’avvio della sua collaborazione con la giustizia ma, anzi, l’aveva evidentemente accelerato. La scelta corretta sarebbe piuttosto stata quella di ammazzare lo stesso Buscetta: «Ma perché dimmi una cosa ma che c’entra Buscetta … prima ancora di farsi pentito, prima che si ci faceva, gli ha ucciso tutta la famiglia… Se, se la fida (se ne è capace, ndr) a lui doveva ammazzare…».

Violenza boomerang

L’ennesima violazione al principio dell’onore demagogicamente ritenuto connaturato a Cosa nostra, ripetutamente calpestato anche in occasione delle stragi che avevano colpito uomini delle istituzioni. «Ma lui Riina ha consumato tutte cose - dicono i due -. Perché Provenzano vedi che non era così. Quando era ragazzo …sì, … poi lo ha capito, più cresciuto». I due ricordano un passaggio del confronto tra don Masino e Riina. «Buscetta lo sai cosa gli dice al presidente? Quest’uomo che avete davanti vi ha aiutato, lui da solo, vi ha aiutato e vi ha dato tutti gli elementi per distruggere Cosa nostra». Proprio il nonno di Badagliacca era arrivato alle grosse con Buscetta, non si potevano vedere. Ma lo aveva chiamato e incontrato più volte nella cava da Brusca. Dopo un po’ di tempo, Buscetta cominciò a collaborare con la giustizia. «Però, che discorsi sono ammazzargli il nipote e prima ancora che si faceva pentito! Se se la fidava, se ne era capace lui stesso doveva ammazzare… Ma queste cose brutte non è che sono cose di cristiani, di uno che ha onore. Queste sono gente che pensavano solo a riempire il portafoglio». Nella conversazione era messo alla gogna pure il comportamento disonorevole di Giovanni Brusca che aveva ucciso il piccolo Giuseppe Di Matteo. Per i due, mafiosi come Riina e Brusca si erano resi autori di quelle barbarie solo ed esclusivamente per arricchirsi, in tal modo però finendo per danneggiare irreparabilmente Cosa nostra, tradendone la vera natura a cui invece essi, evidentemente, si sentivano ancora profondamente legati, ritenendosi portatori degli autentici «valori» dell’associazione mafiosa.

All’ombra dei saggi

Era evidente l’intento del capofamiglia Pietro di tenere indenni il più possibile gli uomini d’onore riservati (lasciati quindi appositamente fuori dall’organigramma della famiglia della Rocca ) che avrebbero partecipato alla riunione convocata dal nipote per mettere in discussione la sua lunga leadership. Durava da 50 anni e senza possibilità democratica di avvicendamento, come prevederebbe appunto lo statuto: discussione ed eventuale riconferma ogni 5 anni. I saggi cercano di moderare e arrivare ad una transazione senza «processo» al tribunale della mafia. «Ed allora siete zio e nipote, avete lo stesso sangue, avete lo stesso Dna, ci avete le stesse … le stesse cose … siete famiglia, siete sangue e queste chiacchiere le dobbiamo togliere dal mezzo…omissis… seppellire tutto, dovete seppellire tutte cose senza pensarci più», consiglia a Gioacchino Badagliacca uno dei Saitta. Ma il nipote non voleva mollare l’osso: le condotte dello zio erano «deplorevoli per un uomo d’onore, tanto più per un capo», pertanto sarebbe stato necessario informare tutti i membri della famiglia.

Questione di stile

Le persone le pesi da come si comportano con gli ultimi. «Perché se tu devi valutare a mia moglie, quando è al cospetto del Presidente della Repubblica, è normale che si mostrava educata, rispettosa… Dobbiamo vedere se invece viene lo scimunito della Rocca - fa l’esempio Gioacchino Badagliacca - Perché se tu, nel quotidiano, sei con il sentimento, se a me succede qualche cosa, intervieni....».

 

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