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Morta in ospedale: il Policlinico di Palermo condannato, ai figli indennizzo da 555 mila euro

Giovanna Campisi, 67 anni, casalinga di Marineo, il 21 marzo del 2007 fu sottoposta a un intervento al collo. Poi un'emorragia e quattro mesi di coma fino al decesso

Il Policlinico di Palermo

Non era stata assistita come prevedevano i protocolli sanitari durante il decorso post-operatorio ed era morta dopo quattro mesi di coma. Adesso per i tre figli arriva un maxi indennizzo di oltre 555 mila euro: a stabilirlo è la terza sezione civile del Tribunale, che ha condannato il Policlinico di Palermo a pagare circa 23 mila euro per la sofferenza patita dalla signora durante i quattro mesi di ricovero in ospedale e la Cattolica assicurazioni, che invece dovrà liquidare i danni per la perdita della loro mamma.

Il giudice Giovanna Nozzetti ha accolto in pieno la tesi dell’avvocato Marcello Mauceri, che ha rappresentato in giudizio i figli della vittima: il calvario di Giovanna Campisi, 67 anni, casalinga di Marineo, era cominciato 21 marzo del 2007, quando aveva deciso di sottoporsi a un intervento al collo, considerato di routine ma che poi aveva avuto un tragico epilogo. La paziente era uscita dalla sala operatoria intorno alle 15, sveglia e apparentemente in buone condizioni, tanto da rassicurare i familiari, ma in serata aveva cominciato ad accusare problemi di respirazione, che - così ha stabilito il giudice nella sentenza - vennero sottovalutati dai medici, fino a causarne il decesso, il 23 luglio di quindici anni fa. Il coma durò quattro lunghissimi mesi.

«Il collo - raccontò all’epoca dei fatti, al Giornale di Sicilia, la figlia Rosalia - si stava lentamente gonfiando e lei stessa mi diceva di chiamare aiuto, perché non poteva più respirare. Ho chiamato aiuto, ma i medici mi rassicuravano. Dopo quasi tre ore, quando mia madre ormai non respirava più e aveva perso i sensi, i sanitari hanno riaperto la ferita. C’era stata una forte emorragia, ma quando sono riusciti a rianimarla, il danno era ormai fatto». Il tribunale - richiamando anche le perizie presentate dai pm nel parallelo giudizio penale - ha respinto l’ipotesi difensiva del Policlinico, affidata all’avvocato Augusto Amari, che aveva fatto notare che la paziente, oltre a essere stata assistita correttamente dal personale, si sarebbe potuta salvare se i parenti avessero acconsentito a effettuare una successiva operazione per rimuovere un meningioma che avrebbe aggravato le condizioni della donna, fino a provocare la grave emorragia da cui poi non si riprese più.

Di diverso avviso il giudice: «Le argomentazioni dei periti - si legge nella sentenza - non sono convincenti perché non supportate da appropriate considerazioni cliniche e dal raffronto tra l’operato dei sanitari nel caso concreto e i corrispondenti standard di diligenza e perizia. Si basano esclusivamente sulla valorizzazione delle scarne e contraddittorie annotazioni contenute nella cartella clinica e nel foglio di monitoraggio, peraltro frutto di correzioni, interpolazioni e integrazioni e delle quali pertanto non possono giovarsi i sanitari e la struttura presso la quale hanno operato».
Il processo penale per omicidio colposo si era concluso con il non doversi procedere nei confronti dei quattro imputati per la prescrizione. Stesso esito per il falso materiale e ideologico in seguito alla presunta manomissione da parte dei sanitari di una cartella clinica, cosa che sarebbe stata fatta per giustificare un controllo in realtà mai effettuato. Il procedimento civile ha però riconosciuto le responsabilità, quanto meno materiali, del Policlinico, che adesso dovrà riconoscere ai figli della vittima oltre mezzo milione di euro a titolo di risarcimento.

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