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CORTE D'APPELLO

Mafia a Palermo, tornati a capo del clan di Santa Maria di Gesù: condannati ex ergastolani

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Tribunale di Palermo

La prima sezione della corte d’Appello di Palermo ha aumentato - col meccanismo della continuazione - la pena inflitta a Giuseppe Urso, detto Franco, uno dei cinque imputati del processo per mafia che vedeva sotto accusa due di coloro che erano stati condannati ingiustamente all’ergastolo per la strage di via D’Amelio: uno era appunto Urso, l’altro Cosimo Vernengo, entrambi ritenuti nuovamente ai vertici del mandamento mafioso palermitano di Santa Maria di Gesù.

I due, una volta tornati liberi, nel 2012, a seguito della scoperta delle false accuse di Vincenzo Scarantino, avevano ripreso il controllo della loro zona. In primo grado, nel dicembre 2019, Urso aveva avuto 15 anni, ora portati a 19 per effetto della continuazione (è stata sommata alla pena di questo dibattimento la condanna per associazione mafiosa inflitta nel 1999 a Caltanissetta, proprio nel processo Borsellino 1). A Vernengo invece il collegio presieduto da Adriana Piras, a latere i relatori Mario Conte e Marcella Ferrara, ha confermato i 14 anni inflitti dalla terza sezione del tribunale, presieduta da Fabrizio La Cascia.

La stessa decisione di ribadire le prime condanne è stata adottata anche nei confronti di Giuseppe Tinnirello, a cui sono stati dati 5 anni, Giuseppe Confalone (2 anni e 8 mesi) e Giovanni Acquaviva, che ha avuto un anno per favoreggiamento.

Il processo era stato istruito in primo grado dai pm Dario Scaletta e Felice De Benedittis e in appello l’accusa è stata adesso rappresentata dal sostituto procuratore generale Carlo Marzella.
L’inchiesta, denominata «Falco», era stata condotta dal Ros e dai carabinieri del Comando provinciale di Palermo. Il clan di Santa Maria di Gesù era capeggiato dal boss Salvatore Profeta, scomparso nel 2016, anche lui coinvolto nel processo per la strage Borsellino da Scarantino, che era suo cognato. Uscito, come Urso e Vernengo e altri quattro, dalle accuse taroccate del falso pentito, anche Profeta aveva ripreso le redini del mandamento, finendo coinvolto pure in una vicenda di omicidio, quello di Mirko Sciacchitano, assassinato nel 2015.

(AGI)

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