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LA SENTENZA

Mafia, la Corte d'Appello di Palermo: restituire i beni agli eredi di Paolo Giambruno

Dovranno essere restituiti i beni ai familiari eredi dell'ex capo dei veterinari dell'Asp Paolo Giambruno. L'appello presentato dalla procura contro il provvedimento del Tribunale che disponeva la restituzione dei beni è stata respinto della quinta sezione penale e per le misure di prevenzione presieduta da Antonio Caputo, Aldo De Negri consigliere e Sabina Raimondo relatore. "Le osservazioni della procura appaiono allo stato insufficienti per disporre la sospensione della richiesta - scrivono i giudici - La Procura della Repubblica appellante ha sostanzialmente ribadito la propria ricostruzione, senza però fornire alcun ulteriore elemento a questo giudice di appello tale da inficiare, allo stato, le valutazioni espresse dai primi giudici".

I giudici in primo grado hanno riconosciuto la non pericolosità sociale di Paolo Giambruno morto lo scorso 3 agosto del 2018 e deciso la restituzione di tutti i beni sequestrati alla moglie Dorotea Careri e ai figli Mario Giambruno e Marcello Giambruno. Si tratta di diversi conti correnti intestati ai vari componenti della famiglia e società e quote societarie della Penta Engineering immobiliare srl, della Unomar srl, della Marina di Carini srl, della Nautimed srl.

I giudici nel provvedimento avevano affermato che in merito "all'ipotesi di pericolosità di Giambruno quale indiziato di appartenere al sodalizio mafioso appare evidente che alla luce del materiale probatorio non vi sia traccia di alcuna condizione - si legge nella sentenza - Oltre alla spregiudicata inclinazione di Giambruno ad intrattenere numerose relazioni imprenditoriali ed economiche non si registrano particolari contiguità con ambienti mafiosi. Si rammenta che nessuno dei collaboratori di giustizia sentiti ha dichiarato di conoscere Giambruno, men che mai tracce di un possibile contributo all'associazione come tale. Anche sotto questo profilo la proposta si rivela infondata e pertanto va integralmente disattesa". Affermazioni confermate anche in appello. (ANSA).

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