STEREOTIPI

Ficarra e Picone, quella Sicilia di coppole e boss che uccide la risata

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C’era una volta o c’è ancora? E soprattutto, ci sarà sempre un’idea stereotipata della Sicilia? Saremo l’isola dei luoghi comuni, la patria dei fichidindia, del marranzano, dei quarti di manzo appesi alla Vucciria, delle baronesse e dei viceré, dei boss bianco vestiti con abiti di lino mai spiegazzati, di offerte che «non si possono rifiutare» ovvero il Paese della mafia come misura d’ogni cosa?

Salvo Ficarra e Valentino Picone gli stereotipi li hanno capovolti. Anzi, come attori non hanno avuto bisogno di coppole e pantaloni di fustagno per «fare i siciliani»: si può esserlo senza esibirlo («io faccio il siciliano», ha dichiarato ironicamente Ficarra, «ma non lo so parlare e, comunque, la Sicilia non esiste: è solo uno stato mentale»).

Ieri allo Steri di Palermo, il seminario «Non c’è più la Sicilia di una volta?», organizzato dal Dipartimento di scienze politiche e delle relazioni internazionali (Dems) dell’Università degli studi di Palermo, è stato l’occasione per una partecipata autoanalisi collettiva.

Gli attori-registi palermitani, nel loro scoppiettante intervento, hanno raccontato i loro inizi di 25 anni fa «quando Milano era davvero la città di un Nord lontano mentre adesso si può essere ‘comici locali’ semplicemente grazie al web».

Poi, rivolgendosi al rettore, Fabrizio Micari, Ficarra ha detto d’aspettare ancora la laurea «honoris causa» visto che «in questo Paese - ha ironizzato l’attore - è stata data pure a Valentino Rossi…».

Mentre Valentino Picone, rifacendosi al titolo dell’incontro, ha confessato che la sua vita, come quella di tutti i siciliani, è cambiata dopo le stragi del 1992 perché «la mafia aveva ucciso anche la voglia di far ridere». Una comicità, quella di Fic&Pic, che non ha bisogno di dichiarare il proprio impegno civile semplicemente perché lo fa senza urlare.

Anche Lello Analfino dei Tinturia, (che col duo palermitano ha curato la colonna sonora del film «Nati stanchi») col suo brano dal vivo «Occhi a pampina» ha entusiasmato l’uditorio.

Lo spunto per discutere sull’annoso tema dell’identità da (de)costruire è stato offerto dal saggio di Gaetano Savatteri, «Non c’è più la Sicilia di una volta» (ed. Laterza, pp. 262, 16,00 euro), dove l’autore scrive di non poterne più “di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa…. dei vinti, di uno, nessuno e centomila, di Godfather, prima e seconda parte, di Sedotta e abbandonata». Il che non significa essere stufi della Sicilia, anzi, il contrario. «Ho scritto questo libro per i nati dal 1992 in poi - dice -, e i loro fratelli più piccoli quelli che non (ri)conoscono la Sicilia come terra ancorata al suo passato più tragico e noto».

Al mattino, il rettore Fabrizio Micari, dopo i saluti preliminari, ha espresso l’auspicio che Palermo diventi sempre più città europea per qualità di servizi attraverso l’efficace azione della pubblica amministrazione al di fuori di logiche clientelari e di appartenenza «e dove l’Università esalti il proprio ruolo a servizio del territorio». Costruire la nuova Sicilia non significa dimenticarne passato e tradizioni ma combattere quegli stereotipi raccontando storie diverse da quelle che siamo abituati a vedere al cinema o in televisione.

«L’iniziativa - commenta Costantino Visconti, professore di Diritto penale -, riprende il titolo del libro di Savatteri, solo che noi abbiamo aggiunto il punto interrogativo: non un’asserzione, quindi, ma una domanda da cui partire. Il dubbio e il pensiero critico devono essere le basi della vera conoscenza per i nostri ragazzi, solo così si può puntare su un reale cambiamento per le generazioni che verranno dopo di noi».

«Ad esserci sempre - dice Alessandro Bellavista, che insegna Diritto del lavoro -sono i problemi connessi alle tematiche dell’occupazione perché il contesto economico depresso offre poche occasioni ai nostri giovani. E se da un lato, l’Università, valorizza quanto più possibile gli obiettivi professionalizzanti, dall’altro, i nostri studenti lamentano l’assenza di politiche in grado di scongiurare la fuga di cervelli».

«È solo chi ci governa - continua Savatteri - che non si impegna a mutare l’immagine d’una Sicilia gattopardesca dove sembra che tutto cambi per restare sempre com’è. Quando, invece, dovrebbe lavorare all’effettiva rinascita del territorio con interventi indispensabili al rilancio dell’economia».

Anche la scrittrice palermitana Giuseppina Torregrossa contesta la mafia «marchio di fabbrica» d’un «made in Sicily» esportato in tutto il mondo, augurandosi fiction senza boss e picciotti e con una Sicilia Film Commission che non sponsorizzi la solita cartolina mafiosa dell’Isola «rivendicando il diritto a far cultura fuori dallo stereotipo». Un invito chiaro ad abbandonare pregiudizi e stereotipi.

Ma si può scrivere della Sicilia sfuggendo alla trappola del passato?

«Il conformismo del già noto è pericoloso - continua Gaetano Savatteri - questa è una terra con più stereotipi che fichidindia».

Ma, a ben guardare, la modernità è sotto gli occhi di tutti: c’è una Sicilia che si rinnova a cominciare dalle tante imprenditrici nel campo della cultura come Florinda Sajeva, fondatrice della Farm cultural park di Favara, e del vino tra cui Arianna Occhipinti, in platea tra i tanti intervenuti alla giornata di dibattito.

«Si dovrebbe ri-leggere la storia dell’Isola - aggiunge Savatteri - Non si può spiegare il Mezzogiorno con libri scritti mezzo secolo fa». Ma se è vero che la Vucciria pittoresca di Renato Guttuso è ormai solo un luogo della memoria, per la copertina, l’autore sceglie il più tipico dei personaggi di Sicilia.«È un’immagine della tradizione che si rinnova: quel ‘pupo’ alle orecchie, ha le cuffiette di un iPad…».

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