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OPERAZIONE A CORLEONE

Le estorsioni fanno paura ai mafiosi, i boss intercettati: "Col pizzo ora si finisce in carcere"

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Imprenditori sempre più «resistenti» e «pronti a denunciare» le richieste di pizzo, assieme al «contrasto serrato delle forze dell’ordine» avrebbero reso la vita dura alla Cosa nostra di oggi

PALERMO. «Ora appena tu chiami a uno e lo stringi e gli dici: ”Senti, tu devi portare le cose che sei andato a prendere”, appena tu non lo lasci stare… Puoi andarti a fare la valigia a casa», cioè finisci in carcere.

Imprenditori sempre più «resistenti» e «pronti a denunciare» le richieste di pizzo, assieme al «contrasto serrato delle forze dell’ordine» avrebbero reso la vita dura alla Cosa nostra di oggi, «non più in grado di effettuare lo stesso controllo del territorio al quale aveva abituato la popolazione» in passato, anche nelle sue roccaforti storiche, come quella di Corleone.

Dati che non emergono in questo caso da una relazione della Commissione antimafia, da un’informativa dei carabinieri o dalle analisi di magistrati ed esperti: a parlare delle difficoltà con le quali boss e gregari sarebbero costretti a fare i conti sul territorio è infatti Carmelo Gariffo, nipote del boss Bernardo Provenzano, già condannato anche lui per mafia, che, tornato libero - secondo gli investigatori - avrebbe voluto reinserirsi nell’organizzazione criminale, ma sarebbe stato soppiantato da Rosario Lo Bue, arrestato venerdì con il terzo troncone dell’operazione «Grande passo».

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Gariffo non è stato raggiunto da alcun provvedimento giudiziario, ma in una conversazione del 26 luglio dell’anno scorso con Antonino Di Marco, l’insospettabile custode del campo sportivo comunale di Palazzo Adriano (ora sotto processo per mafia), ragiona sui problemi dell’organizzazione e sul fatto che sarebbe stata necessaria una nuova strategia per imporre il pizzo, in modo da non dover «andare a casa a fare la valigia» ad ogni richiesta.

«Allo stato attuale dei fatti - affermerebbe Gariffo - non si possono nemmeno più utilizzare metodi troppo invasivi con gli imprenditori» da taglieggiare. La parola d’ordine avrebbe dovuto essere quindi «improntare le proprie strategie ad un criterio più riflessivo, evitando inutili rischi».

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