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«Io, colpito da ictus vi racconto cos'è oramai la mia vita: un'odissea solitaria»

Il racconto di Francesco Sansone, 62 anni, da un anno risucchiato nel vortice della sua nuova esistenza

PALERMO. Solitudine e insufficienza di servizi adeguati. È la realtà che si trovano costretti ad affrontare coloro che, malauguratamente, si ritrovano colpiti da un ictus e i familiari, impotenti davanti alla sofferenza e alle regole della burocrazia.

Perché superata la fase acuta della malattia, con una lunga degenza in ospedale, comincia il periodo più difficile e incerto, quello della riabilitazione e del desiderio di tornare a vivere nella maniera più normale possibile. Ma chi ci è passato sa bene che questa è una chimera: possibilità di accedere alla riabilitazione limitate nel tempo, pochi posti e innumerevoli richieste, pochissime opportunità di frequentare piscine attrezzate e, ancor di più, spiagge prive di barriere architettoniche e dotate di personale specializzato.
È l'odissea quotidiana di Francesco Sansone, 62 anni, da un anno risucchiato nel vortice della sua nuova esistenza. «Era il 6 agosto del 2014, il giorno che cambiò per sempre la mia vita e quella dei miei cari- racconta in una lettera accorata-. Una grande confusione mentale associata a un comportamento bizzarro e all'estrema debolezza del mio braccio sinistro: questi, i sintomi che non facevano presagire nulla di buono. Il ricovero in ospedale era dunque l' unica decisione da prendere. Mi accompagnarono al pronto soccorso del Policlinico dove mi assegnarono il codice giallo e non rosso come prescrivono le linee guida dell' assessorato alla Sanità. La diagnosi che mi venne fatta fu di "sospetto ictus". Da lì venni trasferito al reparto di neurologia dello stesso ospedale individuato dalle linee guida assessoriali come stroke unit di II livello».

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