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PALERMO

Blitz antiprostituzione, le lucciole pagavano 250 euro per avere un posto sul marciapiede

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PALERMO. Erano costrette a stare sul marciapiede anche con la pioggia e al freddo.  Per quello spazio dovevano pagare l'affitto.  250 euro. Venivano sfruttate da un'organizzazione i cui componenti erano stati arrestati in una precedente operazione ed erano tornato di nuovo a gestire il mercato della prostituzione a Palermo dalla Cala fino a Villa Giulia.  In otto sono stati arrestati.

Prostituzione in centro a Palermo, scoperta la banda dei romeni - Nomi e foto

Tra loro anche due donne che con cinismo e sopraffazione controllavano le ragazze rumene che arrivano a Palermo con la speranza di migliorare la loro condizione economica. Nicolae Lucian Serban, rumeno di 32 anni il capo della banda, già coinvolto in una precedente operazione sempre a Palermo. Gli ordini di custodia sono del Gip Lorenzo Matassa, l’inchiesta è dei pm Claudio Camilleri e Gaspare Spedale. Destinatari, oltre al capofila, due suoi fratelli, Adrian Marius Serban, detto Adi, 30 anni, e Marin Serban, soprannominato Manica, di 25 anni; ci sono poi Aurel Dobre, inteso il Turcu, 36 anni, e Sorin Marius Petrescu, alias il Lupu, 38 anni, considerati uomini di fiducia di Calu. Poi due donne: Monica Lacrimioara Burcea, conosciuta come La Negra o La Nera, 23 anni, e Adelina Florina Velicu, soprannome La Stramba o La Storta, 21 anni appena. Le due giovani, oltre a «lavorare» in prima persona, secondo l’accusa controllavano le altre ragazze.
L’ottavo destinatario della misura è Vasile Ionita, 25 anni, detto Pily. L’indagine è partita da Bucarest, nel febbraio dell’anno scorso: intercettazioni e accertamenti sono stati così disposti anche in Italia su «Adi» Serban e sugli altri sette indagati. Uno dei quali, «Calu» Serban, era già stato coinvolto nell’operazione antiprostituzione denominata «Sbarazzu». La banda portava le ragazze dalla Romania e le faceva prostituire nella zona del lungomare: da via Crispi alla Cala, fino al Foro Italico. In altre zone c’erano le donne di colore, da loro chiamate «le Brutte». Le prestazioni sessuali, nei dialoghi intercettati, erano definite «caffè», grande o piccolo, a secondo del tipo di rapporto, più o meno completo. E i «vestiti» indicavano la retribuzione

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