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Palermo, peculato: chiesta condanna per l'ex deputato Acierno

La Procura generale ha chiesto la condanna a cinque anni e due mesi per l'ex presidente del gruppo misto dell'Ars ed ex direttore generale della Fondazione Federico II. In primo grado, Acierno era stato condannato a sei anni e mezzo con l'accusa di essersi appropriato di fondi dell'Assemblea Regionale e della fondazione

PALERMO. La Procura generale ha chiesto la condanna a cinque anni e due mesi per l'ex presidente del gruppo misto dell'Ars ed ex direttore generale della Fondazione Federico II, Alberto Acierno accusato di peculato e appropriazione indebita.

In primo grado, Acierno era stato condannato a sei anni e mezzo con l'accusa di essersi appropriato di fondi - circa 150 mila euro - dell'Assemblea Regionale e della fondazione.

Il pg ha chiesto oggi l'applicazione del meccanismo della continuazione in virtù del quale ci sarebbe la riduzione di pena. Il Tribunale aveva anche condannato Acierno all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e a risarcire 102 mila euro alla fondazione e 42 mila all'Ars che erano rappresentati dall'avvocato Enrico Sanseverino.

Negli scorsi mesi, l'ex direttore della Fondazione Federico II è stato rinviato a giudizio dal gup Nicola Aiello per calunnia. Acierno  disse, durante il processo in cui era imputato, che l'allora presidente della Fondazione e dell'Ars Gianfranco Miccichè avrebbe incaricato Antonella Razete (direttore amministrativo della Federico II) di alterare la contabilità dell'ente relativa a una mostra di pittura organizzata durante le celebrazioni del 66esimo anniversario della prima seduta dell'Ars.

Secondo Acierno, la dottoressa Razete avrebbe sostituto la documentazione con altra falsa. La vicenda giudiziaria di Acierno ha inizio nel 2009, quando l'ex deputato finisce ai domiciliari a seguito di un'inchiesta delle Fiamme Gialle. La procura ipotizzava che l'allora parlamentare regionale si sarebbe indebitamente appropriato di denaro della Fondazione, utilizzando per scopi strettamente personali della carte di credito a lui concesse in uso per fini istituzionali e prelevando somme dalla cassa della Federico II. Inoltre, per gli inquirenti, Acierno avrebbe intascato parte dei fondi assegnati al Gruppo Misto da lui presieduto.

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