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L'EDITORIALE

Il trentennale della strage di Capaci, la memoria come valore

di
stragi del 1992, Giovanni Falcone, Palermo, Analisi e commenti
Giovanni Falcone in una foto del 1988

Trent'anni non hanno in fondo un peso diverso, inferiore o superiore, a ventinove o trentuno. Ci si appassiona alle scadenze tonde, come se queste assumessero significati particolari. Non si sfugge alla tentazione del pathos meramente statistico. Ma intanto restiamo ancorati al nocciolo, che è la cosa che più conta. Come abbiamo sempre fatto. Nel nono, diciassettesimo o ventiseiesimo anniversario che fosse. È un fatto ormai da tempo acquisito che Capaci e via D'Amelio abbiano radicalmente cambiato la storia di questo Paese, tanto quanto le coscienze dei siciliani liberi. Hanno mutato la strategia di aggressione ai poteri - e soprattutto agli interessi – mafiosi, tanto quanto le stesse dinamiche d'azione di Cosa Nostra, non più stragista ma più collusiva.

Il 1992 anno di svolta, dunque. Ecco perché non è il dovere della memoria quello che sentiamo di più. Quanto piuttosto il valore della memoria. Che è atemporale, trasversale, ultragenerazionale. Una dozzina d'anni fa ci si soffermava sulla facile simbologia dei nati sotto il segno delle stragi, che diventavano maggiorenni e si consegnavano al mondo.

Oggi molti di quei ragazzi sono diventati mariti, mogli, genitori. Qualcuno ha resistito, qualcun altro ha sbandato. Non hanno il dovere della memoria, che non gli appartiene, è per loro astratta, differita. È importante però che ne conoscano il valore. Un auspicio, una speranza. Che è poi la vera mission di un 23 maggio (e un 19 luglio) dopo l'altro, dopo l'altro e dopo l'altro ancora. Il loro «non c'ero, ma so» è oggi esponenzialmente più importante del «c'ero e vi dico» delle generazioni precedenti. Nella proiezione di una memoria progressivamente non più come ricordo vissuto, ma come esperienza tramandata e affidata.

Ecco perché serve - serve sempre – ricordare. Oltre la liturgia dei cerimoniali e soprattutto ben oltre la litania dei solito distinguo strumentali, delle polemiche preconcette, delle stucchevoli – ma mai sopite – autoreferenzialità di maniera. Che peraltro ad ogni coincidenza – non è certo la prima – con una tornata elettorale si esasperano ben oltre la soglia della tollerabilità. Insomma ci si affretta – dalla politica alla giustizia, dall'associazionismo alla società civile, dalla cultura ai media - a indossare i candidi panni dei buoni additando quelli sporchi dei cattivi, sgomitando affannati e nervosi nell'arena del perbenismo a saldo zero, all'ombra di un albero e di una stele. Invocando giustamente regole e diritto, ma troppo spesso straripando quando questi non bastano in termini di mero tornaconto.

Il nocciolo, quindi. In queste settimane – forse mesi - di lunga vigilia si è molto dibattuto sull'appeal di una Giustizia italiana raramente in passato così sbiadito. Gli scandali e le faide, i sospetti e i processi, le (in)dipendenze civiche e le (ir)responsabilità civili hanno scavato solchi importanti su uno dei pilastri fondanti e fondamentali della nostra democrazia. Mentre i tanti Vladimir e i tanti Estragon che credono ancora in una giustizia terza, imparziale, efficace e disinteressata invecchiano sulla panchina delle illusioni, aspettando la riforma-Godot che accelera e rallenta, divide e fibrilla. Ma non vede approdo. Nella sua rubrica In nome del popolo il nostro editorialista Costantino Visconti da mesi scandaglia i fondali del procelloso mare in cui naviga il sistema giustizia battente bandiera italiana, dalle rassicurazioni di Marta Cartabia, al forte atto d'accusa di Fiammetta Borsellino, passando attraverso i distinguo di Giuseppe Pignatone o Peppino Di Lello, le scene penose evocate da Marcelle Padovani o le indignazioni di Piero Grasso. Con un preciso e consistente comune denominatore: l'esempio supremo dei nostri martiri, prima ancora che eroi. Che l'eroismo, lo diciamo da sempre, non va riconosciuto solo a chi ha sacrificato la propria vita per il bene altrui, ma anche ai tanti – tantissimi – che ieri come oggi a quel bene sacrificano la propria esistenza, senza per forza ricavarne morte violenta. E in magistratura sono tanti, per qualcuno magari pochi, per qualcun altro certo tantissimi. Il «sistema» Falcone, il «sistema» Borsellino restano fari accesi sull'eterna crociata, capaci di illuminarne il cammino, ma non sufficienti per cancellare le zone d'ombra che lo accompagnano. Loro questo non possono più farlo. Tocca ai giusti fra i vivi. Per dare valore al dovere della memoria. E fare esperienza di quel ricordo. Trent'anni sono tanti. Ma in fondo sono ancora solo una tappa.

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