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LE ELEZIONI A PALERMO

Il voto in una città che tira a campare

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Palermo, Analisi e commenti
Palazzo delle Aquile illuminato con il tricolore per la Festa della Repubblica

Nella Palermo del tirare a campare (anche perché al dolore della morte si aggiunge l'ignominia delle salme accatastate in uno stanzone), ci si avvicina al voto in un mix di disincanto e disillusione. Con qualche punta di disgusto. E se è vero che il prossimo più che un sindaco sarà una sorta di liquidatore, è altrettanto vero che se un futuro si vuole ridare a una città dal dimesso presente, bisognerebbe almeno tracciare una qualche rotta. Peccato però che qui di rotta c'è solo la logica della visione. E con essa la prospettiva di un rilancio, la speranza di un rigurgito. Perfino la fermezza di un antico baricentro. Nella scelta dei candidati a guidare la quinta città d'Italia non solo ci si aggroviglia negli equilibrismi di coalizione e nelle faide di partito, ma si subordina il tutto a interessi più vasti, fra comunali di seconda fascia, regionali e politiche a breve, media e lunga gittata. Palermo come merce di scambio, più ancora che Palermo come priorità assoluta.

E dire che il prossimo sarà un voto per certi versi storico. Di certo epocale. I palermitani saranno chiamati a resistere alla forte tentazione di consegnarsi ai primi tuffi estivi per concedersi ai referendum sulla giustizia ma soprattutto per scegliere un sindaco nuovo, dopo averne avuti appena due negli ultimi 30 anni.

La fine dell'orlandismo sparge scorie e tratteggia imbarazzi. E non è detto che ripartire da zero (non solo quello drammatico delle casse municipali) sia un vantaggio. Per chi quel solco dovrà decidere se percorrerlo o colmarlo, rischiando in entrambi i casi di sbagliare tattica. E per chi al confronto comunque non potrà sfuggire. Non è un caso che a poco più di 50 giorni dal voto, nessuno osa ancora parlare di programmi. Non lo fa chi si è ormai lanciato a capofitto sulla sfida del 12 giugno. Figurarsi chi ancora si barcamena alla ricerca di un sostegno in più.

Su questo giornale ci ritroviamo quotidianamente a raccontare di politica, fra alleanze traballanti, accordi azzardati o ticket farlocchi e allo stesso tempo di amministrazione, con rese dei conti che non tornano e che fanno ancora ondeggiare il barcone di Palazzo delle Aquile fra l'incubo del naufragio e l'eclissi della navigazione a fari spenti. Al momento non è data una terza via. Ed è proprio questo che più di ogni altra cosa pesa sulle prossime elezioni comunali. «Cosa» dovrà o potrà gestire o fare il prossimo sindaco. Più ancora di «chi» sarà il prossimo sindaco.

Senza un euro in saccoccia per programmare e con troppe emergenze da affrontare – la vergogna mondiale dei morti non sepolti è solo l'apice più evidente del cumulo di carenze ataviche e inefficienze contingenti – restiamo più interessati al cosa, rispetto al chi. E invece ci ritroviamo a poter raccontare solo di questa seconda opzione. Che per i programmi copia e incolla alla bell’e meglio c’è sempre tempo.

Se ha ancora senso (e non ce l'ha) il ragionamento in rigida ottica bipolare, oggi potremmo parlare di un pacificato centrosinistra e di uno sbrindellato centrodestra. Attenzione, però: trattasi di semplificazione estrema. E che al momento non rassicura nessuno dei due fronti. Nemmeno il centrosinistra. A Franco Miceli si comincia già a rimproverare una latente morbidezza nell'«aggredire» la campagna elettorale. Un po' per indole personale: pesa ancora quello snobistico «mi guardo la fontana del Bernini dalla finestra del mio studio a piazza Navona e mi diverto» nei giorni in cui sembrava stufo dei cincischiamenti sul suo nome. Un po' per carenza di pathos aggregante: se i Cinquestelle ci sono ancora, si attende che battano almeno un primo colpo sulla grancassa del sostegno entusiastico. E molto per l'imbarazzo nel gestire il dopo Orlando: complicato cercare di esplorare i territori vergini della discontinuità, se sei chiamato a farlo con a fianco chi ha l'orlandismo tatuato addosso, o se si pretende dallo stesso bistrattato Leoluca piena e incondizionata fedeltà alla causa. Miceli sarà anche franco, come recita il suo discusso slogan. Ma intanto è fermo al bivio.

Certo, ha dalla sua parte il non trascurabile bonus di ritrovarsi di fronte un centrodestra totalmente privo di identità. Buttato a suo tempo alle ortiche il vantaggio di una partenza anticipata e lanciata sul nome aggregante di Roberto Lagalla, adesso viaggia a ranghi sparsi. E se l'ex rettore e assessore regionale non si è mosso di un millimetro (incassando peraltro il non irrilevante sostegno di Davide Faraone e dei renziani, che a Palermo contano ancora parecchio), attorno a lui negli ultimi mesi è stato tutto un fiorire di candidature di facciata e di bandiera, di risposta e di ripicca. A scompaginare tutto ha inciso più di ogni altra cosa la plateale faida forzista e la non unanimemente sostenuta crociata di Gianfranco Micciché contro Nello Musumeci alla Regione. Perché ok Palermo, ma nelle stanze di comando azzurre già da tempo si guarda con maggiore vigore al voto autunnale. A meno che il capo del governo siciliano non decida davvero per il blitz delle dimissioni anticipate, che rimetterebbe in gioco il risiko delle alleanze, ma che dura sarebbe da far digerire a chi romanticamente ancora crede nella stabilità delle istituzioni e nella loro impermeabilità alle logiche individualiste e alle ambizioni personali.

Eccoci dunque tornati al quel baricentro smarrito di cui parlavamo all'inizio. Palermo capitale, ma mica tanto. E così Francesco Cascio resta in eterna rampa di lancio in attesa del decollo, mentre cerca affannosamente sponde, agogna l'endorsement di Berlusconi (arriverà?), incassa la sprangata di Dell'Utri (quella sì, già arrivata) e perfino lo schiaffetto dell'ex amico Francesco Scoma, offeso dal ticket-diktat del suo partito che lo voleva derubricare da aspirante sindaco a potenziale vicesindaco. La Lega adesso ha ripiegato sull'assessore regionale Alberto Samonà e giura sostegno a Cascio. Ma la Lega tutta? C'è Messina oggi, c'è Catania domani, ci sono altre ambizioni di altri generali siciliani del Carroccio... Fratelli d'Italia mostra i muscoli del consenso in costante crescita e vuole fare strada a sé con Carolina Varchi. O forse non del tutto: ieri le distanze si sono ridotte e se Micciché la smettesse di impallinare Musumeci un giorno sì e l’altro pure...

E poi ci sono i lombardiani di Totò Lentini a sparigliare e i calendiani (e affini) di Fabrizio Ferrandelli a sgomitare. E ancora le suggestioni extra partitiche di Rita Barbera e Francesca Donato. E chissà chi altro ancora. In una Palermo che non mangia da sola al banchetto delle scelte e delle alleanze. Disillusione e disincanto. Mentre la città tira a campare. Col piattino in mano.

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