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Il phon, le catene, le ustioni: l'orrore stanza per stanza nella villetta del massacro di Altavilla

La corte d’assise ascolta i primi carabinieri entrati nella villetta. Il cadavere del piccolo Emmanuel già in decomposizione, Kevin era stato ucciso da due giorni

Gli utensili come strumenti di morte
Gli utensili come strumenti di morte

La tavola era apparecchiata per un solo commensale. Un piatto vuoto, una posata, un bicchiere di plastica mezzo pieno con una sola parola scritta con il pennarello nero: «Gesù». È questa una delle immagini più inquietanti che i carabinieri si trovarono davanti tra il 10 e l’11 febbraio dell’anno scorso, arrivando nella villetta di Altavilla Milicia nella notte della strage. A raccontarlo, ieri in aula, nella prima udienza dedicata all’istruttoria dibattimentale del processo, sono stati i primi militari entrati nella casa dopo l’arresto di Giovanni Barreca, accusato di avere ucciso la moglie Antonella Salamone e i figli Kevin ed Emmanuel, di 16 e 5 anni, con l’aiuto della figlia minorenne e dei due cosiddetti «fratelli di Dio», Massimo Carandente e Sabrina Fina, al culmine di un rito che avrebbe dovuto liberare la famiglia da una fantomatica possessione demoniaca.

A rievocare le prime ore dell’indagine è un maresciallo donna: ricorda la chiamata di Barreca alla centrale operativa, intorno all’una di notte con la voce rotta dal pianto, che confessava di avere sterminato la moglie e i figli. Poi il sopralluogo. Il cancello era aperto: il primo corpo, quello del piccolo Emmanuel, era riverso su una coperta di lana, in pigiama, con il cappellino abbassato fino al naso, guanti e calzini: «Non dimenticherò mai il volto del bambino». Accanto un phon e una rete metallica, sul torace e all’ombelico alcune bruciature. L’odore era insopportabile: il bambino era già in stato di decomposizione, segno che la morte risaliva ad almeno due giorni prima rispetto al ritrovamento.

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