L’Antimafia azzoppata e i bavagli: «Querele temerarie solo dai politici»
Ma cosa saranno mai questi bavagli? I giornalisti si ritrovano a casa loro, con la commissione regionale Antimafia che tiene una seduta straordinaria e aperta, nella sede dell’Ordine regionale, un bene confiscato che sta dirimpetto la villa che fu di Totò Riina e che oggi è la stazione dei carabinieri Uditore. Solidarietà ai colleghi minacciati, a Salvo Palazzolo di Repubblica (presente e sempre battagliero), fresco vincitore del Premio Francese e costretto a muoversi sotto scorta, vicinanza del presidente Antonello Cracolici ai cronisti e alle testate sotto il fuoco incrociato di «avvertimenti» più o meno velati e querele decisamente temerarie. Ma l’organismo parlamentare «scopre» durante l’incontro che i comunicati delle forze dell’ordine, grazie a un’interpretazione restrittiva della riforma Cartabia, non contengono nemmeno i nomi delle persone arrestate, benché nessuna norma esplicitamente lo imponga. E questo è uno dei grandi ostacoli che chi fa l’informazione 2.0 si ritrova a dover fronteggiare quotidianamente: anche i nomi di chi viene arrestato sono diventati uno scoop. Nell’affollatissima sala riunioni di via Bernini c’è virtualmente una poltrona vuota. Lo fa rilevare, con garbo ma senza sconti, l’inviato del Corriere della sera Felice Cavallaro: «Se non ci fosse stata l’operazione di ieri (lunedì, ndr) a Catania - dice - con voi qui ci sarebbe stato un altro componente, che invece manca». L’assenza dall’Antimafia di Giuseppe Castiglione, deputato regionale Mpa finito in cella per mafia, crea imbarazzi ma non troppi. Cracolici, oggi nel Pd, è un vecchio e navigato (ex) comunista e ai cronisti lo ripete chiaro e tondo: «Questa commissione non è un luogo di impunità o di immunità. Abbiamo appreso che Castiglione ha intenzione di dimettersi dall’Antimafia e ad ogni modo già la commissione ha avviato le procedure per la sua decadenza». In sala, col presidente dell’Ordine, Roberto Gueli, tanti giornalisti, direttori e capiredattori. Ci sono i vertici dei quotidiani cartacei: «Scontata la solidarietà a Salvo Palazzolo - dice Marco Romano, del Giornale di Sicilia - e il sostegno per lui è unanime. Tuttavia noi le querele temerarie non le riceviamo dai mafiosi, ma dai politici, che si sentono mascariati, attaccati e ci fanno attaccare dalle claque dei congressi di partito o dei comizi. Ci sono esponenti pittoreschi, all’Assemblea regionale; io non dimentico gli attacchi personali e durissimi a cui è stato sottoposto un nostro cronista che seguiva le elezioni del 2022. Il rapporto di questi politici con la stampa è sereno e pacificato?». Va oltre Nino Rizzo Nervo, della Gazzetta del Sud: «Sono tornato professionalmente in Sicilia da due mesi - spiega - dopo avere lavorato qui dal dicembre 1979 al 1994. Per far capire il clima, dieci giorni dopo il mio arrivo alla sede Rai di Palermo ci fu l’omicidio di Piersanti Mattarella. Ero qui quando i cronisti furono convocati da Caponnetto per avere spiegate le carte del maxiprocesso. Oggi non ci sono più quei fatti ma un’atmosfera e un clima di intimidazione che non fanno bene alla politica». Rino Cascio, capo della redazione di Rai Sicilia, ricorda, come Rizzo Nervo, il trasferimento d’urgenza di due colleghi per motivi di sicurezza: «Ma oggi è difficile lavorare, se per far entrare le telecamere al processo per l’omicidio di Mico Geraci abbiamo ricevuto due no, perché non si comprende - scrivono i giudici - quali siano le finalità della nostra richiesta, visto che potrebbe essere turbata la serenità del dibattimento. E per avere i video di Laura Bonafede, che al processo parlava del suo rapporto con Matteo Messina Denaro, abbiamo dovuto aspettare 11 giorni». Emanuele Lauria, capo della redazione siciliana di Repubblica, torna su Palermo: «È una strana stagione, questa - dice - in una società che assiste alle scarcerazioni e ai permessi premio dati ai mafiosi, con un’antimafia spesso delle mostrine e dei lustrini. La mentalità non è cambiata, rispetto agli anni passati: sono tornate le condiscendenze verso certi fenomeni e certe pratiche». Mentre Antonello Piraneo, direttore della Sicilia, punta sul tema dei risarcimenti: «Penso ai tanti colleghi precari privi di tutela legale e che devono pagarsi le spese. E penso ai tanti improbabili studi legali che scrivono pec con improbabili riferimenti a improbabili direttive europee, che ti costringono a verificare per un’intera giornata - pagando dunque la parcella a un avvocato - se la richiesta che riceviamo sia più o meno fondata. Inserite la tutela legale nel prossimo contratto di lavoro». Si succedono pure Roberto Puglisi, che dirige il sito Livesicilia, Andrea Perniciaro di Palermo Today, Giacomo Di Girolamo, che nel Trapanese si occupa da anni di Messina Denaro, Manlio Viola di Blog Sicilia: «Minacce? Ne abbiamo ricevute quando abbiamo pubblicato il video dell’aggressione a un anziano da parte di un uomo per un diverbio stradale». Le pressioni certe volte arrivano da livelli meno criminali ma non per questo meno pericolosi. «La lotta alla mafia deve essere pari alla lotta alla corruzione, fenomeno sempre più emergente», chiosa Roberta Schillaci, componente della commissione, che interviene assieme a Marianna Caronia e a Giovanni Burtone: «La tensione è scesa - dice quest’ultimo - ma siamo anche l’unica regione ad avere legiferato sul crack. Non omologate tutta la politica, è offensivo». Chiude Cracolici: «Bisogna rompere l’oblio che rischia di riportarci a tempi bui - dice il presidente -. Ricordiamoci che il maggior numero di interdittive in Italia nel 2023 lo ha avuto Reggio Emilia. Che dei 181 arrestati del blitz di Palermo la metà sono di 40 anni o meno. E che una certa antimafia ha contribuito a indebolire l’antimafia».