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PALERMO

Mafia, colpo alla cosca di Brancaccio: 22 condannati per 140 anni di carcere

mafia, Palermo, Cronaca
Giuseppe Lo Porto

Sono stati condannati dal gup del Tribunale di Palermo, Fabio Pilato, 22 dei 23 imputati coinvolti nel processo Maredolce, nella parte celebrata col rito abbreviato. Alla sbarra sono finiti un gruppo di presunti appartenenti alla cosca di Brancaccio, specializzati in estorsioni e traffico di droga, ma anche false fatturazioni e movimentazione di denaro. È stato assolto solo Salvatore Montalto.

Le pene complessivamente ammontano a poco meno di 140 anni. Il blitz scattò nel 2018 e l'operazione ha avuto seguito nel luglio scorso, con altri arresti.

La pena più alta, 14 anni, è toccata a Pietro Tagliavia, seguito da Francesco Paolo Clemente, che ha avuto 12 anni come Giuseppe Michelangelo Di Fatta, Santo Carlo Di Giuseppe e Giacomo Teresi. Dieci anni sono stati inflitti a Giuseppe Ficarra, Antonino Marino e Giovanni Vinci; a Giuseppe Lo Porto e Giovanni Mangano sono stati dati 8 anni; 6 anni a Giovanni Pilo; 5 a Pietro D’Amico, 4 a Roberto Mangano e Maurizio Puleo; 3 anni e 4 mesi a Stefano Tomaselli.

Mafia, estorsioni e droga gli affari del clan di Brancaccio: nomi e foto dei condannati

Due anni e 8 mesi a Massimo Altieri, Giuseppe Frangiamore, Salvatore Graziano, Gaetano Lo Coco, Francesco Paolo Mandalà, Rosalia Orlando. Poi Elio Petrone, che ne ha avuti 2, la pena più bassa. Il gup ha accolto le richieste dei pm, Francesca Mazzocco e Andrea Fusco, del pool coordinato dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca.

Tra gli imputati del processo Maredolce, c'è anche Giuseppe Lo Porto, il fratello di Giovanni Lo Porto, il cooperante che fu rapito in Afganistan da Al Qaeda nel gennaio 2012 e che poi era rimasto vittima di un drone, tre anni più tardi, a gennaio 2015, mentre si trovava ostaggio dei terroristi. Il blitz era stato effettuato dalla Cia ma non sortì l’effetto di liberarlo. Giuseppe Lo Porto per anni aveva invocato giustizia per il fratello. A lungo aveva chiesto che gli Stati Uniti risarcissero la sua famiglia e per questo aveva tenuto contatti e rapporti con i rappresentanti delle istituzioni. Nel blitz Maredolce fu accusato di avere gestito la cassa del clan.

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