TRIBUNALE

Catania, sequestro da 150 milioni per l'editore Mario Ciancio: si dimette da direttore de La Sicilia

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Mario Ciancio

Il Tribunale di Catania ha emesso un decreto di sequestro e confisca, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia ed eseguito dai carabinieri del Ros e del comando catanese, di una serie di beni nei confronti dell'imprenditore e editore Mario Ciancio Sanfilippo, 86 anni, imputato in un processo a Catania per concorso esterno alla mafia.
Tra i beni, ancora da valutare complessivamente e che per il procuratore Carmelo Zuccaro hanno un valore non inferiore a 150 milioni di euro, vi sono il quotidiano 'La Sicilia', la maggioranza delle quote della 'Gazzetta del Mezzogiorno' di Bari e due emittenti televisive regionali, 'Antenna Sicilia' e 'Telecolor', la società che stampa quotidiani Etis e la Simeto docks concessionaria di pubblicità e affissioni. Il Tribunale ha nominato dei commissari giudiziari per garantire la continuazione dell'attività del gruppo.
Nel complesso sono stati sequestrati conti correnti, polizze assicurative, 31 società e quote di partecipazione di altre 7 società.

Dopo il decreto, Ciancio Sanfilippo e il figlio Domenico si sono dimessi dall'incarico rispettivamente di direttore responsabile e condirettore. La notizia è stata data nel corso di un'assemblea di redazione. L'assemblea dei soci della Domenico Sanfilippo editori ha nominato nuovo direttore Antonello Piraneo, attuale caporedattore del quotidiano.

"Lascio oggi con amarezza la direzione di questo giornale da me assunta, con passione, entusiasmo e spirito di servizio, nel lontano 1967 - afferma in una nota Mario Ciancio Sanfilippo -. Lascio perché penso che oggi un mio passo indietro, seppur doloroso, rappresenti una scelta che possa aiutare me ad essere più libero rispetto alla prova che mi tocca affrontare e perché ciò può contribuire ad evitare che restino eventuali dubbi nei miei 400.000 lettori, nei giornalisti, nei tipografi e nei collaboratori. Ma lascio a fronte alta, perché non ho commesso alcuno dei reati di cui sono accusato. E lo dimostrerò".

E ancora: "Per questo, e direi nonostante tutto, mantengo intatta la fiducia nella magistratura. Chiedo solo, a 86 anni, e credo di averne il diritto di vivere da cittadino libero da interminabili processi. Ho dedicato la mia vita a questa testata, ereditata da mio zio Domenico Sanfilippo che ne fu il fondatore". L'editore conclude: "Io ne ho difeso sempre l'indipendenza e l'autonomia, anche nei tempi di crisi cominciati oltre 10 anni fa, rispondendo con il mio patrimonio personale. Sono sicuro che chi mi seguirà in questo impegno sociale e civile andrà ancora più avanti, e che La Sicilia sarà sempre libera e indipendente, come lo è stata in tutta la sua storia".

La vicenda giudiziaria che riguarda l'editore è travagliata e comincia nel 2010 con l'apertura dell'indagine nei suoi confronti. Poi la richiesta di archiviazione da parte della procura e l'ordine del gup per nuove indagini nel 2012. Nel 2015 un altro giudice decide il non luogo a procedere. La procura ricorre in Cassazione e la Suprema corte annulla con rinvio il proscioglimento: si arriva così al rinvio a giudizio nel giugno 2016 per concorso esterno alla mafia e quindi all'inizio del processo nel marzo scorso. In questo contesto s'inserisce poi il sequestro di beni per circa 17 milioni nel giugno 2015.
Preoccupazione per le testate sequestrate viene espressa dalla Fnsi e dalle associazioni della stampa di Sicilia, Puglia e Basilicata. Il sindacato dei giornalisti evidenzia ''il rischio che tale provvedimento possa mettere a repentaglio la sopravvivenza di aziende editoriali che rappresentano un patrimonio per l'informazione nel Mezzogiorno". Il ministro per il Sud Barbara Lezzi, parla di ''brutta notizia per l'informazione'' e si dice vicina ''ai lavoratori delle testate''. Claudio Fava, presidente della commissione regionale antimafia dice: ''Se vi sarà confisca, si affidi la testata ai giornalisti siciliani che in questi anni hanno cercato e raccontato le verità sulle collusioni e le protezioni del potere mafioso al prezzo della propria emarginazione professionale, del rischio, della solitudine".

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