IL CASO

Inchiesta Montante, Cusumano: «Pressioni per svendere l’Ast, fui ricattato perché sono gay»

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arresto montante, Antonello Montante, Giulio Cusumano, Raffaele Lombardo, Palermo, Politica
Giulio Cusumano

«Ho riunito la mia famiglia e ho raccontato tutto. Ho dovuto parlare per la prima volta con mio padre e mia madre della mia omosessualità. La mia vita privata fino ad allora era stata privatissima e invece a quel punto dovevo affrontare certe cose e soprattutto dovevo far comprendere ai miei genitori e ai miei fratelli che la mia vita privata non c’entrava nulla con quello che sarebbe uscito sui giornali. Cosa resta di questa storia? Sono felice e orgoglioso della mia famiglia»: Giulio Cusumano ripiomba in quel giorno del 2010, quando dovette decidere «se cedere al ricatto e avallare un’operazione che avrebbe fatto piovere milioni su Montante, l'acquisizione dell'Azienda siciliana trasporti».

Al ricatto non ha ceduto e l’affare fallì. Ma per comprendere la tensione di un figlio che convoca la famiglia perché si sente sotto ricatto occorre tornare alle settimane precedenti quel giorno. Settimane che fanno parte dell’inchiesta che ha portato Montante ai domiciliari. Svelando la sua rete di interessi economici e politici, i magistrati passano ai raggi X il tentativo di acquisire la partecipata regionale Ast attraverso una microazienda controllata, la Jonica Trasporti.

Qui, alla Jonica, Montante ha una partecipazione. Poca cosa ma non agli occhi di un avvocato prestato alla politica: Cusumano era un consigliere comunale dell’Mpa, che Lombardo piazzò al vertice dell’Ast: «Fin dal mio insediamento – ricorda Cusumano -, sentivo le pressioni per fare in modo che la Jonica acquisisse l’Ast. Ma venni a scoprire che la Jonica aveva un socio privato, Montante. Capii che questo socio avrebbe avuto un grande vantaggio dall’operazione di acquisizione perché poi se, come si ipotizzava, la futura società pubblica fosse stata messa in vendita, lui avrebbe avuto un diritto di prelazione sull’acquisto e avrebbe impedito alla Regione perfino di fare un bando».

Tutto parte da qui, fra la fine del 2009 e l’inizio del 2010, mentre Montante è il big sponsor di un nuovo asse targato Mpa-Pd. Cusumano sente puzza di bruciato: «Lombardo mi aveva detto che bisognava favorire l’operazione Jonica-Ast. Volevano sdoppiare Ast in una bad e in una best company. Nella prima sarebbero rimasti i debiti, nella seconda i beni immobili di valore enorme. A quelli puntava Montante, grandi spazi commerciali in centro a Palermo, Catania, Siracusa. Ideali per farne supermercati. Dissi a Lombardo che non potevo favorire questa operazione». Gli stessi dubbi maturano Gaetano Armao, giurista e all’epoca assessore all’Economia, e Maria Sole Vizzini, che è il revisore dei conti di Ast.

Scrivono i magistrati che proprio da quando Cusumano arrivò all'Ast, Salvatore Graceffa (della Squadra mobile di Palermo, indagato con Montante) inizia a fare ricerche negli archivi della polizia su di lui: «C’era il concreto interesse di Montante ad acquisire notizie riservate sul conto di un soggetto che in maniera così decisa aveva preso posizione contro un’operazione che poteva considerarsi appetibile per gli interessi economici dell’imprenditore».

E poi crolla tutto intorno a Cusumano: «Lombardo mi convocò e mi disse che dovevo smetterla di ostacolare la fusione. Poi mi mostrò un plico enorme, c’erano una cinquantina di pagine sulla mia vita, fotografie e frasi che lui leggeva davanti a me. Mi diceva che lo stavo mettendo in imbarazzo. Mi accusava di organizzare festini con alcol e droghe. Urlava queste cose a me, che non ho mai fumato manco una sigaretta...».

Lombardo gli avrebbe detto che nel dossier si ipotizza anche una parentela della sua famiglia con membri del clan Badalamenti: «Mi disse che queste cose sarebbero finite sui giornali, che c’era un giornalista dell’Espresso pronto a scrivere. Lì mi sono preoccupato». L’ex presidente smentisce ogni parola: «Tutto falso. Lo denuncio per false dichiarazioni. La verità è che lui stava mollando l’Mpa dopo essere stato premiato. Ero io che non volevo dare potere ai privati nell’Ast. E non ebbi mai pressioni da Montante».

Cusumano chiede a Lombardo 48 ore per riflettere. In quei giorni non ha ancora rivelato pubblicamente di essere gay: «In realtà non l’ho mai fatto neanche dopo. Diciamo che se qualcuno me lo avesse chiesto, non lo avrei negato. Due miei fratelli lo sapevano ma il più grande ne era all’oscuro. Credo che mia mamma avesse capito, ma mio padre no. Ho dovuto chiamarli subito».

E qui torniamo a quel giorno del 2010, quando Cusumano raduna la famiglia e rivela che potrebbero uscire sui giornali foto e storie sulla sua sessualità, questo gli avrebbero fatto temere: «Veniva tirata in ballo la mia famiglia per rapporti con i Badalamenti. Ma siamo andati a verificare e abbiamo scoperto che c'era una zia acquisita che aveva una lontana parentela. Nulla di cui sentirsi responsabili». E poi sul tavolo torna l'omosessualità, Cusumano si prende un attimo: «Dovevo far comprendere alla mia famiglia che non c’entravo nulla con le cose che avrebbero letto sui giornali. Ma è stato umiliante soprattutto una cosa, vedere che stavano legando la mia vita privata con stereotipi di merda. Legavano la vita di un gay a orge e droghe. Questo mi ha fatto schifo. E allora ho capito che non potevo cedere. L’ho capito quando la mia famiglia mi ha detto che non ho nulla da temere».

Non era così che Cusumano aveva immaginato quel confronto con la famiglia. Ma è lì, quando arrivano le parole dei fratelli e del padre, che di fatto fallisce la scalata di Montante all’Ast: «Sono tornato da Lombardo. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto: ti confermo che non ho parentele con i mafiosi, che non ho nulla di cui vergognarmi, che mi opporrò alla vendita dell’Ast e che non puoi farmi dimettere». I due non si parleranno mai più. L’Ast è ancora pubblica.

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