Teatro Biondo di Palermo, Emma Dante porta in scena "La scortecata"

PALERMO. "Lo spettacolo racconta la storia di due vecchie decrepite. Queste due per passare la giornata, aspettando la morte come fosse Godot, si raccontano questa favola del re che si innamora delle due. E quindi impersonano tutti i personaggi della favola. In questa riscrittura ho fatto in modo che fosse un racconto che si fanno per aspettare la morte. Un'attesa snervante e atroce". Così Emma Dante racconta lo spettacolo "La scortecata" che dopo il grande successo ottenuto lo scorso anno al Festival di Spoleto e dopo una lunga e applauditissima tournée, ha debuttato al Teatro Biondo di Palermo. La pièce è tratta da una fiaba de "Lo cunto de li cunti overo lo trattenimiento de peccerille" di Giambattista Basile, noto anche col titolo di "Pentamerone", una raccolta di cinquanta fiabe raccontate in cinque giornate. Repliche prorogate fino al 6 maggio vista la grande richiesta del pubblico.

"La scortecata" è prodotto dal Teatro Biondo e dal Festival di Spoleto in collaborazione con Atto Unico - Compagnia Sud Costa Occidentale.

Emma Dante, che ha scritto il testo basandosi sulla fiaba del Basile, firma anche la regia, gli elementi scenici e i costumi; le luci sono di Cristian Zucaro. Gli straordinari interpreti, acclamati all’unanimità da pubblico e critica, sono Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola.

Prendendo spunto dalle fiabe popolari, Basile crea un mondo affascinante e sofisticato partendo dal basso. Il dialetto napoletano dei suoi personaggi, nutrito di espressioni gergali, proverbi e invettive popolari, produce modi e forme espressamente teatrali, tra lazzi della commedia dell’arte e dialoghi shakespeariani.

Come una partitura metrica, la lingua di Basile cerca la verità senza rinunciare ai ghirigori barocchi della scrittura. La scortecata è lo trattenimiento decemo de la iornata primma e narra la storia di un re che s’innamora della voce di una vecchia, la quale vive in una catapecchia insieme alla sorella più vecchia di lei. Il re, gabbato dal dito che la vecchia gli mostra dal buco della serratura, la invita a dormire con lui. Ma dopo l’amplesso, accorgendosi di essere stato ingannato, la butta giù dalla finestra. La vecchia non muore ma resta appesa a un albero. Da lì passa una fata che le fa un incantesimo: diventata una bellissima giovane, il re se la prende per moglie.

La riscrittura di Emma Dante, che come nella tradizione settecentesca ha affidato a due uomini i ruoli femminili, attraverso la farsa e il grottesco allude a una condizione esistenziale imperniata sul gioco del teatro, sulla rappresentazione come antidoto alle brutture della realtà e alla morte. In una scena vuota, Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola drammatizzano la fiaba incarnando le due vecchie e il re. Bastano due seggiulelle per fare il vascio, una porta per fare “entra ed esci” dalla catapecchia e un castello in miniatura per evocare il sogno.

Le due vecchie, sole e brutte, si sopportano a fatica ma non possono vivere l’una senza l’altra. Per far passare il tempo nella loro misera vita, inscenano la favola con umorismo e volgarità, e quando alla fine non arriva il fatidico «e vissero felici e contenti…», la più giovane, novantenne, chiede alla sorella di scorticarla per far uscire dalla pelle vecchia la pelle nuova.

"Il lavoro sugli attori - spiega Emma Dante - è sempre duro, abbiamo lavorato molto sull'improvvisazione, gli attori si sono dovuti piegare a questi due personaggi che sono fisicamente molto forti, perché stanno piegati tutto il tempo dello spettacolo e hanno un'artrite deformante degli arti e quindi è stato faticoso per loro farli. C'è il tema della non accettazione della vecchiaia, il sogno degli anziani è tornare giovani e belli, un sogno legittimo".

© Riproduzione riservata

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